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martedì 12 giugno 2012
"Napoli nel '700" di Danilo D'Acunto
È pacifico per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la Storia che Napoli fu, principalmente durante il ‘700, una delle maggiori capitali culturali europee. Scrivo questo all’alba di un prossimo “forum delle culture” (non ancora nato è già vespaio di polemiche) sul quale il critico più sanguigno che è in me non vede l’ora di affondare i denti.
Tanto capitale europea, dunque, che pure quando menziona le leggendarie origini etimologiche dei suoi prodotti più tipici denunzia un dialogo con l’arte e la cultura. Mi riferisco, in particolare, alla romanzata nascita del nome della “mozzarella”, così come una tradizione – popolare ma colta – nota a pochi ce la tramanda. Il mito vuole infatti che tale battesimo avvenne durante un ricevimento nobiliare partenopeo al quale partecipava un giovane ma già noto Amadeus Mozart. Dimostratosi particolarmente ghiotto dei suddetti latticini, trascorse buona parte della serata accanto al tavolo dove erano stati poggiati come banchetto. Qualcuno, riconoscendo il musicista, ebbe ad esclamare, in francese come era buon costume fare tra le classi più alte, “Mozart est là”, indicandolo con il dito. Ora, un buon accento francese prevede innanzitutto una discreta liason tra le parole e, rispettando la zeta aspra tipicamente austro-tedesca, avremmo quindi un certo “Mozarelà”. Il fatto che il vassoio di mozzarelle fosse lungo la traiettoria del suo dito indicante ha fatto il resto.
Ovviamente, come già specificato, si tratta di una storia di pura fantasia (il termine “mozzarella” ha un’etimologia molto più tecnica), ma questo aneddoto vuole essere una dimostrazione di quanto la storia, la società e – perché no – l’inventiva napoletana fossero fuse con l’estero più illuminato e illuminista.
C’è stato dunque un tempo in cui Napoli prosperava rigogliosa tra arte, raffinatezze e mozzarelle. Ma c’è stato anche il momento, poco tempo dopo, in cui ha intrapreso una sorta di declino del quale oggi ci godiamo il ristagno (difensori indefessi della città si mettano il cuore in pace: le cose stanno così). Ma ciò su cui vorrei soffermare l’attenzione è la spinta propulsiva che in passato ha mantenuto anche (e soprattutto) durante l’affondamento. Siamo nel 1869, qualche anno dopo l’ingresso di Garibaldi nella città, e una manciata d’anni prima che Matilde Serao scrivesse “il ventre di Napoli”. La città sta diventando lentamente quel crogiolo grumoso di case, persone e problemi che da lì a cent’anni darà da parlare a politicanti, uomini di Stato, scribacchini improvvisatisi giornalisti e speculatori.
Ciononostante, e anzi grazie ai sempre più incalzanti problemi sociali, la parte intellettuale della città trova la forza di lanciare un segnale non indifferente al resto d’Italia e in particolare al Vaticano, che proprio in quell’anno decide di inaugurare il concilio ecumenico Vaticano I. La risposta al richiamo di tanta attenzione sulla Chiesa fu promossa ad opera di Giuseppe Ricciardi che diede vita al cosiddetto “anticoncilio napoletano I”.
Dati e fattori storici sono a disposizione di tutti in diverse opere editoriali, di cui alcune davvero meritevoli. Non è mia intenzione fornire informazioni già di per sé reperibili; vorrei invece suggerire dei piani interpretativi più concettuali e sicuramente del tutto personali.
Quanto Ricciardi abbia avuto a che fare con la Massoneria e quanto essa abbia effettivamente influito sul suo progetto, è materia di storiografi ed eventuali revisionisti. Ma è fuor di dubbio che la concezione di questo intento è stata del tutto anticlericale e fondata su criteri di laicità che ritroviamo tra i primordiali intenti delle logge dell’epoca. Così come è pur vero che la Massoneria di allora aveva un volto – e una forma – diversi da quella di oggi. Era, quella, un’ispirazione che traeva origine da massimi sistemi. Non si dimentichi che siamo pur sempre nel secolo delle grandi ideologie: socialismo e anarchia marciavano forti sotto l’egida di Marx, Proudhon e Bakunin. Quest’ultimo in persona aveva postulato l’esistenza di una Massoneria ispirata a un radicale umanesimo ateo. Va ricordata inoltre una lunga deriva illuminista mai sufficientemente arginata dal Romanticismo.
La ricerca di uno stato (e Stato) di cose migliore, la natura laica dell’uomo e del suo cervello, la marcia verso il progresso, l’armonioso ordine della democrazia ateniese rivissuto in un simile intellettualismo moderno spietato e mistico al tempo stesso: sono questi i fondamenti che accomunano i grandi movimenti sociali del tempo con la Massoneria di allora. E questa comunione dava forza e soprattutto idee e risposte a quanti già sentivano gli scricchiolii di una realtà cedevole.
Non è poi da sottovalutare quanto Ricciardi scriveva in merito affermando che “Noi siamo, e noi soli, i veri discepoli del vostro Gesù, noi che ci studiamo di combattere senza posa la povertà e l’ignoranza”. Un messaggio questo che sicuramente divide molte opinioni (ricordiamo che non a caso l’anticoncilio fu un’esperienza dalla quale molti massoni stessi presero le distanze). Ma tuttavia, abbracciando l’impronta positiva e positivista delle affermazioni di Ricciardi, a me pare di poter leggere, attraverso la lente della storiografia, una sorta di impulso primo votato ad assicurare le verità fondamentali che caratterizzerebbero il vivere civile di ogni uomo. Sembra quasi, in tali parole, di sentire l’eco di quel De Andrè che reduce da anni di convinta anarchia ideologica, identifica i principi basilari della libertà dell’individuo con quelli annunciati dal Gesù uomo e non figlio di Dio, il Gesù “primo vero rivoluzionario della storia”. Basta poi leggere l’opuscolo dell’epoca La frammassoneria in dieci domande ad istruzione del popolo per ritrovare la possibile costituzione di una città che, nel suo evidente idealismo quasi sfrenato, viene a porsi a metà tra la Nephelococcygia di Aristofane e l’Utopia di Moro.
E’ dunque nel novero di grandi verità – e grandi obiettivi – che quella Massoneria andava ad inserirsi, formando così un solco che ha senza dubbio suggerito la crescita storica (per non dire i primi vagiti) dell’Italia. Una Massoneria forse non così tanto Massoneria, per vari aspetti certamente diversa. Ma rimanendo tuttavia l’interessante testimonianza di una certa comunione di intenti, di linee culturali che per un dato momento e precisi scopi hanno vibrato quasi all’unisono.
Tutto questo animava lo spirito che ha originato l’anticoncilio napoletano. E’ di un forte simbolismo il fatto che una città come Napoli, che possiamo immaginare quasi memore e fiera delle sue glorie settecentesche, abbia ospitato tra le sue mura un progetto ambizioso e sfaccettato come quello del Ricciardi. Così come tale progetto ebbe il saluto di fratelli quali Victor Hugo. C’è da chiedersi quanto sarebbe possibile e quanto bene apporterebbe risentire nella città di oggi lo stesso impulso intellettuale, benefico e vivificante.
Mi rendo conto che è un argomento talmente vasto che per trattarlo con la dovuta serietà non basterebbe un semplice articolo. Ma, come lasciavo intendere prima, non è mia intenzione farlo. Volevo semplicemente cogliere il buono che questa Storia può insegnare a noi che ne viviamo un’altra. Ed è pur giusto ricordare fatti e persone che non hanno precisamente cavalcato gli eventi come altri, ma non per questo debbano essere ignorati quali possibili modelli per ciò che ci accingiamo a vivere.
Fonte: Danilo D'Acunto
Fonte: Danilo D'Acunto
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venerdì 8 giugno 2012
Ritrovato antico Rituale di Iniziazione.
I nostri studi sulla Massoneria del Sud Italia del ‘700 ci hanno condotti alla scoperta di un interessante Rituale di Iniziazione adottato in una Loggia calabrese, con ogni probabilità successivamente anche utilizzato in una Loggia della città di Napoli. Il Rituale fù approntato da Giuseppe Lagoteta (nato a Reggio Calabria nel 1758, morto a Napoli nell’ottobre del 1799). Il Rituale a cui era sottoposto il neofita, era un Rituale breve e soprattutto “pratico” e ciò, a nostro avviso, perché non esisteva un Tempio. Eccone un brevissima descrizione da documenti dell’epoca (documento del Morosini): “Il neofita viene introdotto da chi lo ha catechizzato in una camera, qui passa in un'altra stanza che ha la porta chiusa, si bissa tre volte e alla terza una voce autorevole chiede, chi è? Il neofita risponde: è un pagano che vuole acquisire la libertà; se vuole la libertà gli si risponde deve rinunziare alla sua legge (contrariamente a quanto si chiede oggi). A questo punto fa il giuramento della segretezza e di rinuncia alla sua legge. La porta si apre e il neofita trova chi l’abbraccia e gli fa indossare una cappa. Accompagnato da più Fratelli bussa ad un'altra porta. Gli si domanda: chi osa tra noi mischiarsi? Costui è un nemico. Lo era, gli si risponde e il neofita aggiunge: grandemente desidero entrare nella vostra congrega per acquistare la libertà, e vendicare il sangue degli innocenti e le oppressioni praticate dai tiranni. Il neofita viene introdotto nella stanza e il Venerabile lo abbraccia e gli chiede di serbare fedelmente quanto i dogmi prescrivono. A completamento della cerimonia il neofita viene introdotto in un cubicolo dove vi è un tavolo, vi sono quattro candele gialle e un teschio entro un bacile d’argento. Qui il neofita ripete il giuramento ad un Fratello con il viso coperto che gli dà tre colpi di compasso ad un braccio per fargli uscire qualche goccia di sangue. Terminata la cerimonia del giuramento si ripetono gli abbracci, prima col Venerabile e poi con gli altri Fratelli, quindi la funzione termina con l’agape fraterna”.
Fonte: Fr.·. Mariano Iodice.·.
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Fr.·. Mariano Iodice
martedì 5 giugno 2012
lunedì 4 giugno 2012
Italia, 4 Giugno 2012: Lutto Nazionale.
Alle Famiglie delle Vittime colpite dal Terremoto in Emilia, vanno i nostri sentimenti di vivo cordoglio. Con la speranza che la ricostruzione sia rapida e concreta. Invitiamo tutti i Fratelli ad abbrunare le loro Insegne ed inchinare i loro Labari.
F.to Il Curatore, Vincenzo Rizzuto
F.to Il Curatore, Vincenzo Rizzuto
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sabato 2 giugno 2012
2 GIUGNO 2012: CARA REPUBBLICA TI SCRIVO...
Cara Repubblica, oggi è la Tua festa: e siamo orgogliosi - noi Figli dell'Italia - di renderTi onore.
Siamo preoccupati nel vedere qualche lacrima che bagna il Tuo ciglio, e ancor più siamo preoccupati nel
vederTi emaciata e triste: non Ti abbattere!
Gli Italiani, i Tuoi Figli, Ti vogliono bene e nel Tricolore vedono gli splendenti colori di una rinascita; non Ti
preoccupare, essi sapranno sbaragliare gli anti-italiani e cacciare i parassiti che suggono la Tua linfa vitale.
UNITA', SOLIDARIETA', IMPEGNO COMUNE
sono oggi il nostro motto, riscoprendo il valore e la grande forza del "fare gruppo" dello "stare insieme" per meglio difendersi, superare le difficoltà ed operare.
Solo condividendo e facendo proprio questo motto, ogni Italiano saprà dare maggiore valore alla propria presenza sociale, tenendo a bada gli spettri e gli spauracchi che abili mestieranti tentano di frapporre tra lui e la Verità.
Cara Repubblica, Cara Italia, coraggio: Ti sottrarremo all'abbraccio mortale dei troppi che dicono di volerTi salvare ma che altro non fanno che creare ed alimentare divisioni e partiti per alimentare solo la propria smania di protagonismo e la ricerca - neanche sottaciuta - di vantaggi personali.
Cara Repubblica, Cara Italia: desideravo scriverTi del mio orgoglio di essere Italiano, ma appena ho ascoltato le parole - dignitose e profonde oltre ogni dire - scritte dal marò Massimiliano Latorre, anche interpretando il sentire del proprio commilitone Salvatore, ho capito che non sarebbero state alla loro altezza.
Parole scritte da un'ingiusta prigionia e colme di un Amor Patrio esemplare ed encomiabile: parole che devono costituire un'esortazione imperiosa per noi tutti.
Inutile piangersi addosso, occorre guardare avanti: rimbocchiamoci le maniche e accettiamo con animo lieto qualunque lavoro ci si possa prospettare; la dignità del lavoro sta nello stato d'animo con il quale lo si affronta piuttosto che non nel solo "tipo" di lavoro.
Basta con le parole dunque e con lo sterile dibattito: siamo pronti a dare noi stessi: per l'Italia, per le nostre Famiglie, per i nostri Figli.
Che qualcuno ci dica senza ulteriori indugi cosa fare e dove farlo, seguendo alfine un progetto chiaro, definito e condiviso, che non conosca tentennamenti!
AmarTi, cara Repubblica, vuol dire renderTi onore: e renderTi onore vuol dire sì rispettare le Istituzioni che - liberamente e democraticamente - Ti rappresentano, ma soprattutto vuol dire rispettare il sangue versato e le vite immolate dagli Italiani morti per Te, Italia nostra.
Che nessuno possa pensare che questo sangue sia stato versato invano, ché tradiremmo la memoria di questi nostri Martiri!
Viva l'Italia! Viva la Repubblica!
Che Iddio ci assista e guidi le nostre menti e le nostre azioni!
Solo condividendo e facendo proprio questo motto, ogni Italiano saprà dare maggiore valore alla propria presenza sociale, tenendo a bada gli spettri e gli spauracchi che abili mestieranti tentano di frapporre tra lui e la Verità.
Cara Repubblica, Cara Italia, coraggio: Ti sottrarremo all'abbraccio mortale dei troppi che dicono di volerTi salvare ma che altro non fanno che creare ed alimentare divisioni e partiti per alimentare solo la propria smania di protagonismo e la ricerca - neanche sottaciuta - di vantaggi personali.
Cara Repubblica, Cara Italia: desideravo scriverTi del mio orgoglio di essere Italiano, ma appena ho ascoltato le parole - dignitose e profonde oltre ogni dire - scritte dal marò Massimiliano Latorre, anche interpretando il sentire del proprio commilitone Salvatore, ho capito che non sarebbero state alla loro altezza.
Parole scritte da un'ingiusta prigionia e colme di un Amor Patrio esemplare ed encomiabile: parole che devono costituire un'esortazione imperiosa per noi tutti.
Inutile piangersi addosso, occorre guardare avanti: rimbocchiamoci le maniche e accettiamo con animo lieto qualunque lavoro ci si possa prospettare; la dignità del lavoro sta nello stato d'animo con il quale lo si affronta piuttosto che non nel solo "tipo" di lavoro.
Basta con le parole dunque e con lo sterile dibattito: siamo pronti a dare noi stessi: per l'Italia, per le nostre Famiglie, per i nostri Figli.
Che qualcuno ci dica senza ulteriori indugi cosa fare e dove farlo, seguendo alfine un progetto chiaro, definito e condiviso, che non conosca tentennamenti!
AmarTi, cara Repubblica, vuol dire renderTi onore: e renderTi onore vuol dire sì rispettare le Istituzioni che - liberamente e democraticamente - Ti rappresentano, ma soprattutto vuol dire rispettare il sangue versato e le vite immolate dagli Italiani morti per Te, Italia nostra.
Che nessuno possa pensare che questo sangue sia stato versato invano, ché tradiremmo la memoria di questi nostri Martiri!
Viva l'Italia! Viva la Repubblica!
Che Iddio ci assista e guidi le nostre menti e le nostre azioni!
Roma, 2 Giugno 2012 Giuseppe Bellantonio
venerdì 1 giugno 2012
LIBERTA', UGUAGLIANZA, FRATELLANZA
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| "Voglia di Tenerezza" di Teresa Palombini |
"Le belle parole: LIBERTA', UGUAGLIANZA, FRATELLANZA, spesso pronunciate e meno spesso applicate. E’ bello riempirsene la bocca, scriverlo sulle bandiere, ma come sempre, come in tutte le cose, bisogna poi passare al momento pratico dell’applicazione. Come si applicano nella realtà questi concetti? Penso che un termine li contenga tutti: la SOLIDARIETA'. Solidarietà vuol dire disponibilità all’ascolto di chi è stato importante, di chi ha svolto i suoi compiti con dedizione, di chi ha o potrebbe avere problemi di solitudine intesi nei modi più svariati. Solidarietà vuol dire proteggere la Libertà degli Individui, fare in modo che tutti possano esercitare i propri diritti, di qualsiasi colore, di qualsiasi religione, di qualsiasi credo politico o non politico siano. La tua Libertà non deve ledere la mia. E’ vero, ma è anche vero che devo dare la possibilità a te, come diceva Voltaire, di esercitarla anche se non coincide con le mie idee. Solidarietà è sacrificio. Le belle parole non sono soltanto bandiere. Essere solidali vuol dire prendersi cura, accettare il confronto, perdere del tempo per gli altri. L’uomo egoisticamente è portato ad accumulare per sé e a non occuparsi di altro, di quello che è scomodo, di come vive il prossimo. La Fratellanza dovrebbe insegnare almeno questo. Non aspettare che tuo Fratello ti cerchi, ti chiami, chieda il tuo aiuto. E se te lo chiede non far finta di non aver sentito oppure non liquidarlo con un ‘vedremo cosa si può fare’. Fai – altrimenti che Fratellanza è? Uguaglianza: tutti uguali, ma ognuno nei propri gradi e nelle proprie qualità. Nei propri livelli di conquiste sociali, di posizione sociale, economica, spirituale. Perché tutti siano uguali a volte bisogna scendere qualche scalino, a volte bisogna lasciare che qualcun altro ne salga."
Fonte: Claudio Nobbio
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