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sabato 9 maggio 2020

Borromini: Il Segreto dell’Iniziato a cura del Fratello Ames

Chi è davvero Francesco Borromini? Il genio incompreso del Barocco? Un mero narciso egocentrico o il custode di un Segreto Iniziatico? Per secoli il silenzio del Borromini ha trovato interpretazioni tanto doviziose quanto superficiali. In realtà, sono proprio le sue opere a fornire una chiave di lettura nuova. Borromini, da vero Iniziato, custodiva un Segreto che ci ha tramandato attraverso le sue realizzazioni come scalpellino, decoratore ed architetto.
Nel 1715 il maggiore esponente della scuola inglese del Classicismo palladiano Colin Campbell etichettava il lavoro di Borromini così:“quanto sono selvaggiamente stravaganti i progetti del Borromini che osò corrompere l’umanità con le sue stranezze chimeriche, dove le parti sono senza proporzione, i solidi senza il loro vero sostegno, gli ammassi materiali senza forza, gli ornamenti eccessivi senza grazia e il tutto senza simmetria”. Fino agli studi critici di Argan ed alla rilettura attenta di Portoghesi sul finire del ventesimo secolo, gli storici dell’Arte consideranole opere di Borromini come “prodigi di degenerazione architettonica” ed hanno prediletto l’analisi dei peculiari caratteri psicologici.
La vita del Borromini, narrata dagli storici Baldinucci e Passeri, è improntata alla sobrietà degli abiti, delle abitudini e dell’aspetto. Borromini era totalmente assorbito nella sua architettura e non ha lasciato traccia di altro. Alla “gravitas” caratteriale di Borromini si contrappone la leggerezza, l’amabilità e la seduzione dell’altro genio architettonico del Barocco Gian Lorenzo Bernini. Ai nostri giorni, via Twitter, si contrapporrebbero due fazioni quella dei seguaci delle“curve antipatiche” di Borromini e quella dei followers della “sensualità monumentale” di Bernini. Ieri come oggi, i duelli degli eroi, dei politici, degli sportivi, e quindi anche degli architetti, stimolano l’eccitazione delle folle. In realtà, Borromini e Bernini opposti nella vita e nei costumi, partendo dalla stessa inerte materia (ex. travertino) e contestosociale (i.e. la Roma dei Papi del ‘600), hanno sintetizzato quella architettura e scultura che contraddistinguono la Città Eterna e che hanno dato impulso al “controverso”stile Barocco.
Francesco Borromini inizia il suo cammino trasferendosi da Bissone per Milano, dove inizia la sua gavetta dal gradino più basso di scalpellino. Proprio attraverso la lavorazione della pietra presso la Fabbrica del Duomo che Borromini intuisce come le leggi delle scienze teoriche ed applicate siano indispensabili per i costruttori del tempo. A Milano, Borromini apprende tutto e non si ferma, comincia anchea disegnare. Infatti, Francesco compiva il suo apprendistato presso il rinomato scultore Gian Andrea Biffi che, all’interno dello stesso duomo, guidava una scuola di disegno per l’intaglio e la pratica scultorea, destinata alla formazione di scultori ed architetti. L’attività professionale di Biffi era rivolta alla committenza più prestigiosa e le sue opere spesso si prestavano ad una lettura simbolica,cheebbe una notevole influenza su Borromini.I costruttori di chiese gotiche come il Duomo di Milano passavano attraverso scuole particolari dove si svelavano i segreti del mestiere, un insegnamento misterioso con un profondo simbolismo iniziatico. Fin dai suoi primi passi professionali come apprendista scalpellino nel Canton Ticino, Borromini aveva fatto parte della “Corporazione dei Muratori”.Una volta acquisita una notevole abilitànell’intaglio del materiale lapideo e unanon comune maestria nel disegno Borromini era pronto ad“andare a Roma per le grandi Cose che diquella città sentiva a dire”. Arrivato nella città Eterna, Borromini si iscrive all’Università dei Marmorari di Roma che si riuniva nella chiesa dei Santi Quattro Coronati al Celio. In questo ambiente Borromini si imbatte nell’ermetismo rinascimentale e nel neo-platonismodel famoso padre gesuita AthanasiusKircher.

Fin dai primi giorni del suo soggiorno a Roma, Francesco Borromini entra in contatto col suocero di suo cugino Carlo Maderno, al tempo architetto della Fabbrica di S.Pietro. Si distingue per i suoi disegni architettonici che denotano una perizia non comune. Maderno assume Borromini e lo fa lavorare con continuità e con crescenti responsabilità. Il Maderno lo indirizza verso i precetti di geometria applicata, l’astrologia, la fisica, l’idraulica e le altre discipline che affondavano le proprie radici nell’epoca classica e nei relativi saperi. Al crepuscolo dell’esistenza di Maderno, Borromini lavora al Palazzo Barberini e supervisiona i lavori in San Pietro. La scalinata all’interno di Palazzo Barberini introduce per la prima volta il movimento ascensionale creato dalla forma elicoidale perfetta con la luce che proviene dall’alto. Le api, simbolo inserito nell’araldica della famiglia Barberini da Urbano VIII, sono l’elemento decorativo che Borromini inserisce sia nel palazzo che nella fontana in Vaticano disegnata da Bernini.
Alla morte di Maderno, Borromini fonda la sua impresa di scalpellini e, viene inizialmente coinvolto dal Bernini, diventato nuovo Architetto della Fabbrica di San Pietro. L’opera cui i due protagonisti del Barocco lavorano in simbiosi è il Baldacchino della Basilica di San Pietro. Il disegno di Bernini venne reso tecnicamente possibile dalle capacità realizzative acquisite da Borromini. Il sodalizio fra i due architetti termina presto non per inconciliabilità di caratteri, quanto per la mera spartizione di compensi. L’allontanamento dalla Fabbrica di San Pietro permette a Borromini di iniziare a lavorare in completa indipendenza come architetto. La chiesa di san Carlino alle Quattro Fontane offre a Borromini la prima occasione di esprimere la sua visione dell’Architettura. La facciata è una espressione di innovazione poiché accoppia le figure geometriche dell’ellisse e dell’ovale, conferendo dinamicità con l’alternarsi di linee concave e convesse.

La decorazione della cupola colpisce perché combinando cerchi concentrici, croci, ottagoni ed esagoni, rappresenta perfettamente un cielo ermetico. Nel punto massimo della cupola c’è un triangolo inscritto in un cerchio con raggi intorno. In aggiunta, il simbolo iniziatico per eccellenza nelle Corporazioni dei muratori del tempo, ovvero l’Occhio entro il Delta Luminoso è disegnato dal Borromini nei timpani dei confessionali. La ricerca della Luce nei simboli si accompagna con l’effetto discensionale della Luce nella cupola. Tale processo discensionale intende rappresentare il processo di “illuminazione” che investe l’Uomo nel suo cammino di Vita. L’intera opera è a pianta ottagonale che evoca la vita eterna che si raggiunge il neofita nelle fonti battesimali.
I lavori di finitura dell'interno di San Carlino erano terminati nel 1641. Già da quattro anni, allora, era iniziata la costruzione della grande casa dei Filippini. Nell'impegno del grande lavoro l'architetto ebbe modo di sviluppare a fondo il suo linguaggio architettonico ed ampliarne il repertorio formale volgendo la ricerca sul tema astratto dell'accostamento di immagini, che lo interessava per il valore simbolico nell'interno di una salda maglia geometrica. Una sostanziale innovazione è nel materiale che l'architetto scelse per la sua facciata, che avrebbe desiderato apparisse come composta di una sola lastra sonora. Il paramento di laterizi finissimi tagliati a uno a uno, allettati quasi senza malta, nella sua suddivisione continua, s'approssima appunto a una tale impressione di unità. Già dalla facciata, Borromini riprende il tema della “Illuminazione” con la grande conchiglia (di cui lascia una intera collezione agli eredi). La conchiglia allude al fatto che contiene e protegge qualcosa di prezioso al suo interno (i.e. la perla o sfera).

L’interno a partire dalla pianta a croce è spiegato dallo stesso Borromini nell’Opus Architectonicum: “nel dar forma a detta facciata concava dell’Oratorio mi figurai il corpo umano con le braccia aperte, si distingue in cinque parti, cioè il petto, le braccia e le gambe”. Il movimento di concavità e convessità si allarga per lasciare spazio ai capitelli con il giglio emblematico, la stella ad otto punte ed il cuore in fiamme. Questi tre simboli si ripetono molte volte all’interno. La peculiarità di questa opera è senz’altro la Biblioteca ove Borromini ha scelto un soffitto a cassettoni lignei, al posto di marmo e travertino largamente utilizzati in quel periodo. Borromini ha disegnato personalmente le grandi scaffalature ignee con ballatoi a balaustra cui si sale mediante scala a chiocciola nascoste negli angoli. I cassettoni lignei del soffitto, primo caso nella Roma Barocca, sono disegnati “nella maniera che di marmo se ne vede un antico nel Foro Traiano”. E sul soffitto insistono cerchi inscritti in quadrati, grandi stelle ad otto punte e grandi ellissi di palme. Il Segreto comincia a svelarsi: ogni cosa creata da Borromini ha sempre un simbolismo preciso e coerente con la sua Iniziazione. Una possibile chiave di lettura del perché tanta cura della luminosità e della decorazione è data dall’analisi del testamento del Borromini. Il ruolo centrale della Conoscenza nella vita del Borromini è rappresentato dalla sua ricchissima biblioteca, che alla sua morte contava ben 917 libri, distribuiti fra lo studio e la camera da letto, superando di gran lunga non solo le biblioteche dei suoi parenti (Domenico Fontana aveva 96 libri e Carlo Maderno 23), ma tutte quelle degli architetti suoi contemporanei.
 
 
 
La stessa simbologia incontrata negli edifici sacri viene riproposta in palazzi privati come Palazzo Carpegna e Falconieri, ma con delle linee architettoniche che sembrano anticipare le linee dell’architettura razionalista settecentesca. Borromini non lascia nulla al caso in Palazzo Falconeri, commissionatogli alla fine della carriera e della sua vita in un ambiente più intimo e familiare, proprio dal suo amico Orazio Falconieri, con il quale condivideva gli stessi interessi nel campo della mistica esoterica. Salottini piccoli, appartati, intimi, poco adatti alle grandi feste e certamente più appropriati per conversazioni private, riunioni elitarie di pochi appassionati alle discussioni allora tanto in voga sui temi dell'alchimia e dell'ermetismo. Tre cerchi intersecati tra loro e un grande sole posto al centro dominano la scena nel soffitto della prima sala. Il visitatore si può dilettare a scovare tutti gli animali, insetti e uccelli che il Borromini si è dilettato a mimetizzare nella ricchissima decorazione a girali di piante. L'ironia del barocco che diventa ricerca e vertigine. Il ritorno alla simbologia più ancestrale avviene con il grande Uroboro, il serpente che si morde la coda a rappresentare un ciclo infinito dove la fine corrisponde al principio. Ai due estremi un occhio che spunta fra i raggi, un globo percorso da meridiani e paralleli e un lungo scettro che partendo dall'Occhio governa sul mondo.
Nel 1632 Borromini divenne architetto della Sapienza, università fondata da Bonifacio VII, e comincio ad occuparsi della chiesa che doveva sorgere all'interno del complesso universitario. Il Borromini fu chiamato a completare il palazzo e a costruire la chiesa, sembra su suggerimento del suo “rivale”, sotto papa Urbano VIII Barberini, ma i lavori proseguirono sotto i pontificati di Innocenzo X Pamphili e di Alessandro VII Chigi. I simboli dei loro stemmi vengono utilizzati dall’artista come motivi ornamentali. Borrominiprogetta un organismo a pianta circolare ma dalla geometria complessa. La pianta della chiesa è costituita da due triangoli sovrapposti in modo da dare origine ad una stella a sei punte; si tratta del sigillo di Salomone che racchiude la sintesi del pensiero ermetico. Il sigillo include i quattro elementi della Natura: il fuoco dal triangolo con il vertice verso l’alto, l’acqua da quello con il vertice in basso, il triangolo superiore più piccolo è l’aria, mentre l’inferiore indica la terra. Il tema del tempio di Salomone è ripreso dal pavimento: esagoni formati da una metà nera e una metà bianca, che rappresentano i contrasti che caratterizzano la vita del corpo e quella dello spirito, cioè la luce e le tenebre, la virtù e il vizio. Alla straordinarietà della pianta e della facciata concava, che sembra racchiudere l’osservatore in un abbraccio, segue la cupola più inconfondibile di Roma.


Vista dall’interno la trabeazione della cupola, con le dodici alzate di sette riprende il tema geometrico dell’intero impianto. Le dodici alzate riprendono i dodici segni zodiacali che occupano altrettanti spazi-temporali. Le alzate della cupola riportano sequenze alternate di stelle a 6 ed 8 punte. Il 6 potrebbe richiamare il principio mediatore fra il principio e la creazione, mentre il numero 8 potrebbe leggersi come l’Equilibrio cosmico. Nell’interno della cupola sono raffigurate 111 stelle, numero che potrebbe essere considerato come la somma di tre unità. Il numero 3 è il numero del cielo ed esprime le tre fasi dell’evoluzione mistica dell’Uomo: purificazione, illuminazione, congiunzione con il Divino. Tale Percorso è trasmesso, come per magia, al visitatore come una suggestione: l’anima si “aggancia” ai simboli e poi è “trascinata” dal moto circolare ed ascensionale di cielo e delle stelle. La Luce della cupola illumina il visitatore e ricorda come l’universo sia il luogo dell’avventura spirituale di ogni anima e che la speculazione intellettiva deve condurre ad una “conoscenza illuminata”. Luce purissima che non si mescola né al superfluo né all’instabilità.
Un lanternino lobato a base ottagonale che si avvolge in una sorprendente spirale terminante in una corona circondata da lingue di fuocoche sostiene il globo con sopra la colomba col ramoscello d’ulivo in bocca e la croce gigliata.Da una visuale esterna, la cupola con la lanterna a spirale rappresenta la figurazione allegorica della Filosofia. Questa potrebbe essere descritta come una Matrona con un libro nella mano destra ed uno scettro nella sinistra. Sul suo manto sono incise la lettera T in basso e la lettera Ω in alto, e nel mezzo vi è una scala a misurarne i gradi di separazione. Molto più diretta nella interpretazione della Filosofia sarebbe una vera e propria scala a ziggurat che si restringe verso l’alto. La spirale della Sapienza può evadere le leggi di gravità, che Borromini ha sempre sfidato con il ricorso ad un uso innovativo della Luce. La spirale si attorciglia come un Serpente, che in alcune tradizioni si indica come attributo dell’intelligenza nello scorrere del tempo. La spirale segna una percorrenza a due direzioni nel tempo infinito, dal divino all’uomo, dall’uomo al divino secondo l’intendimento religioso. La lanterna è lo zenit della cupola. Dopo di essa c’è il firmamento, sede della “Sapienza” della divinità celeste e l’ascesa elicoidale porta lì, ma da lì porta anche, inversamente, al nadir dell’umana condizione, punto d’arrivo dell’amore di Dio.

 


Il nome di Borromini così fortemente criticato fino all’inizio del ventesimo secolo oggi viene frequentemente citato da architetti di ogni provenienza come motivo ispiratore e maestro indiscusso per originalità progettuale. L’attualità di Borromini risiede tutta in quella coscienza intellettuale che lo portò a sperimentare i modelli del passato sovvertendoli; una coscienza alimentata proprio da una profonda consapevolezza storica e intellettuale della disciplina architettonica intesa in tutta la sua complessità di disciplina umanistica. Tradizione ed innovazione si fondono nelle opere Borrominiane alla ricerca dell’Armonia dell’Universo. Sembra quasi che Borromini voglia tramandarci con le sue opere quanto scritto da Vitruvio: “La vera bellezza consiste a tal punto la dimensione e la forma di tutte le parti, da non poter aggiungere o levare nulla senza distruggere la perfezione dell’insieme”. Il silenzio di Borromini custodiva un Segreto nascosto ed espresso solo nella sua architettura. Se Caravaggio (1571-1610) è il massimo esponente barocco del moto per la pittura e Bernini (1598-1680) per la scultura, Borromini lo è per l’architettura. Il suo percorso architettonico anticonformista parte sempre da basi planimetriche molto geometriche per svilupparsi, man mano, lungo il cammino ascensionale. La suaarte è realizzata da una competenza logicafuori discussione, eppure anche emotiva,che inizia da un infinito per giungere a unaltro infinito. La sfericità riecheggia nelle sue opere come metafora dell’Essere Perfetto. Borromini, con iniziatica sottigliezza, nasconde con numeri e segni le “eterne armonie dell’Universo”. La ricerca della Luce nelle sue opere architettoniche è liberazione del peso, la libertà delle forme è il premio di un disciplinato lavoro sui materiali. Il segreto iniziatico di Borromini è svelato dall’Architetto stesso quando ebbe a dichiarare “la vera opera è illuminata solo dalla luce del cuore e del cielo. Non ha bisogno di oro o di altro preziosismo”.
 
BIBLIOGRAFIA

C. Lachi. La grande storia dell’arte. Il Seicento. Prima parte. Gruppo Editoriale L’Espresso. Roma 2003.
F. Borromini, Opus architectonicum, Il polifilo, Milano 1998.

 F. Milizia, Dizionario delle belle arti del disegno, estratto in gran parte dall’Enciclopedia metodica, a spese Remondini, Bassano 1797.

 F. Milizia,Memorie degli architetti antichi e moderni, a spese Remondini, Bassano 1785.

 G. B. Passeri, Vite de’ pittori scultori ed architetti che anno lavorato in Roma morti dal 1641 al 1673 prima edizione, in Roma MDCCLXXII, presso Gregorio Settari libraio al Corso all’insegna d’Omero.

 G. Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori. Giulio Einaudi Editore, Torino 1995.

 G.C. Argan, Borromini, Milano 1952.

 J. Connors, Borromini e l'Oratorio romano, Giulio Einaudi Editore, Torino 1989 II ed.

 J. Morissey,Bernini, Borromini e la creazione di Roma barocca. Editori Laterza. Roma/Bari 2007.

 L. Pittoni. Francesco Borromini. L’architetto occulto del barocco. Pellegrini Editore. Cosenza, 2010.

 L. Pittoni. Francesco Borromini. L’Iniziato. Edizioni De Luca. Roma, 1995.

 M. Franciolli (a cura di), Il giovane Borromini. Dagli esordi a San Carlo alle Quattro Fontane, catalogo della mostra (Museo Cantonale d’Arte, Lugano, 5 settembre – 14 novembre 1999), Skira, Milano 1999.

 P. Portoghesi, Francesco Borromini, Skira Editrice, Milano 2020

R. Wittkower, Francesco Borromini: Personalità e destino, in Studi sul Borromini. Atti del Convegno promosso dall’Accademia Nazionale di San Luca, vol. I, De Luca Editori d’Arte, Roma 1970.

Fonte: Gran Loggia Phoenix

giovedì 21 marzo 2019

Itinerari Latomistici: Palazzo Falconieri ed il mistero borrominiano

 Nella Città Eterna in Via Giulia nel cuore di Roma, all’interno di Palazzo Falconieri come uno scrigno, custodisce l’affascinante opera del Borromini, che cela al suo interno importanti simboli ermetici. 
Papa Giulio II nel primo decennio del 1500 volle far edificare su progetto dal Bramante il primo rettilineo della Roma moderna, che di fatti prese il nome di Via Giulia. 
Arteria destinata a divenire una strada di rappresentanza, ove si allinearono i “blasoni” più importanti dell’epoca, elevando la via ad un ruolo importante per la politica e le pubbliche relazioni, anello di congiunzione fra le attività commerciali ed il foro giudiziario. La zona era già divenuta di forte importanza, ma sotto il pontificato di Leone X dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che aveva portato presso la sua corte pontificia numerosi esponenti dell’alta aristocrazia fiorentina, Via Giulia divenne ancor più prestigiosa, poiché abitata principalmente da ricche famiglie fiorentine[1], come i Falconieri, una eminente famiglia di banchieri che, oltre ad avere il privilegio della riscossione delle gabelle a Roma, percepiva ingenti somme di denaro dal proficuo commercio del sale. 
Il palazzo, oggi è sede dell’Accademia d’Ungheria[2], fondata nel 1927 con l’appoggio personale dell’allora primo ministro Benito Mussolini[3]. 
Sorge sui resti di un antico porto fluviale posto sulla riva sinistra del Tevere, i cui ruderi si possono scorgere nel sotterraneo dell’edificio, che ancora oggi parzialmente li conserva[4]. 
Il Palazzo, fu dapprima proprietà della famiglia Ceci, poi dal 1574 dei Principi Odescalchi, passò ad altre nobili dinastie e dal 1606 fu dei Duchi Farnese, come testimoniano i blasoni delle illustri Casate[5]. 

Nel 1638 Orazio Falconieri[6], della nobile famiglia fiorentina di banchieri, per accrescere il suo prestigio sociale in Roma, acquisì questo Palazzo, che come altri rilevanti edifici di via Giulia progettati a grandi linee dal Bramante, erano di proprietà dei Farnese i quali nel loro disegno politico ed architettonico avrebbero voluto edificare una sorta di cittadella che comprendesse il maestoso Palazzo Farnese, questo palazzo ed altri fondaci che si sarebbero dovuti collegare con la Farnesina al di là del Tevere. 
La ricca Casata dei Falconieri ben presto, con l’ausilio dei cospicui proventi derivanti dai loro offici e dal commercio riuscirono ad inserirsi nell’alta società capitolina, eleggendo dimora in questo prestigioso Palazzo che acquistarono direttamente dai possedimenti dei Duchi Farnese. 
Orazio Falconieri, ritenendo questa dimora non ancora confacente ai fastigi che ricercava per la propria casata, decise di acquistare anche dei terreni adiacenti e determinò di ristrutturare significativamente l’immobile ed ampliare il Palazzo affidandone i lavori al genio di Francesco Borromini, insigne architetto che vi lavorò dal 1646 al 1649. La scelta ricadde sul grande architetto Borromini non solo perché era uno dei maggiori artisti dell’epoca, non solo per la sua fama e la plastica preferenza per i ritmi impostati sulla curva, il gusto del piccolo contrapposto al grande e la meticolosa cura dei dettagli, ma anche perché Falconieri era legato a lui da un vincolo di amicizia e da una comune passione per l’esoterismo e la simbologia ermetica, molto condivisa in alcuni circoli culturali dell’epoca[7]. Solo di recente, è stato approfondito lo studio dei suoi messaggi simbolici. La figura del Borromini era molto singolare essendo un personaggio non comune. Dal carattere molto introverso e sovente immerso nell’elaborazione strutturata delle sue creazioni artistiche, o nel profondo studio dei suoi libri, non era portato a provare alcun interesse per il denaro e rifuggiva dal fasto anche nella selezione dei materiali per le sue opere. Molto schivo di indole, lontano dai contatti umani superficiali, per la sua caratterialità, non godeva certo dello stesso successo del suo grande rivale Bernini meglio inserito nei contesti mondani, il quale era perfettamente a suo agio nell’atmosfera fastosa della Corte pontificia e poteva beneficiare quindi di grandi riconoscimenti e di cospicui compensi. Come fa notare Leros Pittoni nel suo libro Francesco Borromini - L’iniziato[8], il nostro artista apparentemente tace: “Non dialoga in ricchi giochi di parole, non ha la rumorosità vibrante di accesi colori. Sembra muto… Il silenzio è nudità, ascetismo, dovuto alla povera materia che adopera nel costruire. Un solo colore. Il bianco. Un colore solo, una sola sottile di vibrazione. E simboli. Tanti, a volte anche da scoprire.” Il suo silenzio è in realtà ricco di significati: egli era infatti un “iniziato”. Apparteneva alla cooperazione dei Muratori, da queste corporazioni a seguire trarrà origine la Massoneria. La corporazione, di stretta osservanza cristiana, aveva la sua sede nella Basilica dei Quattro Coronati [9]al Celio. La sua regola era: 

“Esporre segretamente e dimostrare silenziosamente”.

Per questi articolati motivi troviamo nell’opera borrominiana una complessa simbologia ermetica che si corrobora con la sua genialità di architetto. Ciò che ai suoi biografi contemporanei apparivano delle stranezze, trovano spiegazione nelle sue profonde conoscenze esoteriche. Messaggi fortemente Simbolici sono racchiusi nelle stelle, nei quadrati, nei cerchi, nei triangoli, come pure nelle croci, nelle palme, e in tutti gli elementi che abbondano nelle sue decorazioni di grande impatto emotivo.
Come tratteggiano le cronache del tempo, fu poco amato dai suoi allievi e fu verosimilmente vittima di un evidente conflitto interiore, che lo vedeva tratto da una fortissima religiosità ed una pari attrazione verso l’esoterismo e la simbologia ermetica. Scalpellino dall’infanzia[10], membro attivo dell’Università dei Marmorari, la figura del Borromini resta ancora oggi un arcano, intorno al quale si danno le interpretazioni più disparate, maggiormente sulla simbologia nascosta nei suoi capolavori.

Falconieri diede incarico al Borromini di ampliarle il Palazzo per celebrare il proprio casato. Il committente richiese al suo amico ed architetto, che ai lati della facciata su via Giulia fossero realizzate due grandi erme[11] barocche con busti femminei e teste di falco, che richiamassero il Blasone della Famiglia.[12] Poste come lesene o cariatidi, si tramanda siano opera almeno in parte dello stesso Borromini.

L’architetto dovette sin da subito confrontarsi con le ambiziose aspettative dell’amico committente, operando il suo progetto attraverso un’attenta esecuzione. Oltre che all’aspetto architettonico, il Palazzo fu ampliato negli spazi e portato dalle originali otto campate ad undici.
Fu personale cura dell’artista provvedere alla decorazione del piano nobile, rivelando così un’anima profondamente artistica, quasi pittorica dai numerosi elementi Ermetici.
Abbellì le sontuose volte con ornamenti a stucco caratterizzate da raffigurazioni simboliche complesse. Il Borromini realizzò quattro stanze dette degli stucchi che si differenziano per i colori Rosso, Azzurro e Verde, mostrando una varietà di elementi affascinanti e suggestivi. Con questi soffitti sapientemente trattati a stucco policromo e dorato, l’architetto realizzò una maniera decorativa tra le più sorprendenti del barocco romano. 
Così nel Salone Rosso si trova il motivo simbolico del mondo come nesso spirito-materia, raffigurato con tre cerchi d’oro che rappresentano lo spirito, la materia e l’anima, con il sole raggiante nel punto centrale d’intersezione.

Nella stanza Azzurra, l’artista ha rappresentato l’Universo con numerosi simboli Ermetici come l’Occhio Veggente da sempre presente nella Libera Muratoria, l’Ouroboro, il serpente che si morde la coda, che è emblema della ciclicità del tempo, (Lo stesso Borromini a proposito scriverà «La serpe disposta in circolo nell’atto di mangiarsi la coda indica la perennità dell’Universale Sostanza. Così l’avevo dipinta al centro di una cornice ovale, insieme al Globo terrestre, lo Scettro e all’Occhio-che-tutto-vede». L’Axis Mundi (che rappresenta il Chiodo di magnete) ed il Globo Terrestre presente sin dai primordi anche nei Templi Massonici sulla Colonna Boaz.

Altre immagini si basano prevalentemente su figure allegoriche che unendo elementi araldici dei Falconieri, aggiungono raffigurazioni botaniche, emblemi tratti da antichi testi cinquecenteschi, simboli ermetici e forme geometriche.
Nei pennacchi compaiono Squadre, Compassi, Cornucopie colme di Melograni e foglie di Acanto tutti elementi del simbolismo Latomistico.
Nelle ultime due stanze, quelle Verdi, assistiamo a una composizione più misurata, quasi classicheggiante, con foglie d’Acanto che in Massoneria unitamente ai Melograni sono presenti nella Colonna Jakin, Palme che nel simbolismo alchemico rappresentano il Mercurio ed altri elementi vegetali ugualmente simbolici, che formano una sorta di fregio continuo. Sul prospetto che affaccia sul lato del fiume Tevere è invece interessante la Loggia composta di tre arcate a tutto sesto, sovrastata dalla meravigliosa altana dalla quale i Falconieri ed i loro selezionati ospiti, miravano dall’alto i tetti di Roma.

La terrazza circondata da una transenna di balaustre è arricchita a sua volta dalla presenza delle teste di Giana-Giano, di suggestivo effetto simbolico.
Nel corso dei secoli il Casato dei Falconieri si unì con quello dei Princìpi Carpegna ed accrescendo le loro dimore residenziali, non necessitando dell’uso di questo palazzo, lo locarono ad esponenti di alte prelature papaline, per lo più a cardinali.
Dal 1815 al 1818 vi dimorò Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte, in quanto sorellastra del cardinale Fesch, allora residente nel palazzo. 
Alla fine dell’Ottocento, estintasi la famiglia Falconieri, il palazzo passò alla famiglia Medici del Vascello, infatti nel 1890 il palazzo fu venduto al generale Giacomo Medici, garibaldino e Fratello Massone,[13] strenuo difensore della Repubblica Romana a Porta San Pancrazio.

Il generale Medici offrì il Palazzo Falconieri a Luigi, suo nipote, che poi lo vendette all’ungherese Vilmos Fraknói, fondatore del primo istituto storico laico. Questi nel 1927 lo cedette a sua volta al governo ungherese che vi pose la sede dell’Accademia d’Ungheria[14].

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[1] Non è un caso che qui si trovi anche San Giovanni dei Fiorentini, la chiesa madre della Signoria a Roma. 
[2] Collegium Hungaricum 
[3] Il capo del governo dell'epoca, István Bethlen e Kuno Klebelsberg ministro d'istruzione e degli affari del culto, acquistarono il palazzo di particolare bellezza, perché volevano donare una degna dimora, nella Città Eterna, alla scienza e alla cultura ungherese come anche alla formazione degli artisti, come ricordato anche sulla lapide commemorativa situata all'ingresso dell'edificio. 
[4] Ubicato all’altezza dell’Arco dei Farnese che collega i due versanti della strada, creando un punto di riferimento emblematico della zona.
[5] Il palazzo fu ampliato nel 1576 dalla famiglia Odescalchi. Originariamente aveva otto finestre e un portone decentrato a bugne rustiche con i gigli dei Farnese nella chiave e un cornicione con i simboli degli Odescalchi sulla facciata principale. Agli Odescalchi molti furono i proprietari che si avvicendarono: Francesco Cenci, padre della sventurata Betarice, la famiglia Sforza, il cardinal Giovanni Vincenzo Gonzaga e il cardinal Montalto.
[6] Orazio Falconieri vi dimorò con la sua giovane sposa, Ottavia Sacchetti. Conosciamo bene i tratti del volto di entrambi, poiché il loro monumento funebre ornato di bassorilievi si trova in fondo a Via Giulia, nell’abside proprio della chiesa della nazione fiorentina, realizzati da Domenico Guidi su disegno di Francesco Borromini. E fu proprio la giovane coppia a incaricare il maestro Borromini di trasformare il vecchio edificio gotico, lasciando volare liberamente la sua straordinaria fantasia, decorando le sale e i corridoi con stucchi meravigliosi. Il genio non si smentì: gli esperti sostengono che qui, in palazzo Falconieri, egli abbia realizzato una delle sue opere migliori.
[7] Leros Pittoni, Francesco Borromini: l’iniziato, De Luca, 1995 
[8] Leros Pittoni, Francesco Borromini: l’iniziato, De Luca, 1995 
[9] Il riferimento storico ed agiografico è legato ai quattro soldati martirizzati ("coronati" cioè dal lauro del martirio) Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino, rei di non aver voluto giustiziare quattro o cinque scultori che si erano rifiutati di scolpire la statua di un idolo pagano, affermando così la loro fede cristiana.
[10] Il Borromini discende da una famiglia di capomastri e scalpellini che operavano in seno alle imprese edili itineranti dei Maestri comacini.
[11] Le erme (in greco antico: ἑρμαῖ) erano dei pilastrini di sezione quadrangolare, di altezza variabile tra 1 e 1,5 m, sormontati da una testa scolpita a tutto tondo 
[12] Borromini aumentò la facciata su via Giulia, aprì un nuovo portale e lo delimitò con due pilastri laterali dove collocò due enormi erme a testa di falco, relative al casato dei Falconieri e in particolare alle donne della famiglia, forse relativi anche a 2 horus egizi: ovvero il simbolo del dio Oro, figlio di Osiride e Iside, dio del Cielo e del Sole.
[13] Luigi Pruneti, Aquile e Corone, L'Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di Vittorio Emanuele III ed Elena al governo Mussolini, Le Lettere, Firenze, 2012, p. 119. 
[14] Le istituzioni che vi si trovano, l’Accademia d’Ungheria con mansione scientifica e culturale, e l’Istituto Pontificio Ungherese, devono molto alla forza attrattiva delle opere meravigliose di Borromini. Lo Stato Ungherese infatti ha una cura particolare di quest’edificio, si occupa della manutenzione, del restauro necessario, permette le visite guidate agli interessati, e cerca di contribuire anche alla maggiore conoscenza dell’opera intera di Borromini. 

Fonte: Gran Loggia Phoenix