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sabato 29 febbraio 2020

Passeggiata Latomistica nel quartiere Coppedè della Città Eterna a cura del Fratello Ames.

Pochi romani sanno che è possibile passeggiare all’interno di un quartiere romano dove la luce, gli stili ed i simboli ci fanno rivivere le favole. Il quartiere Coppedè è una zona che si colloca tra i quartieri Parioli, Trieste e Salario. Le sue modeste dimensioni non giustificherebbero l’appellativo di quartiere, ma il suo fascino peculiare è indiscutibile. La storia del quartiere nasce nel 1916, quando la Società Anonima Cooperativa Moderna acquista 31.000 mq nelle vicinanze di piazza Buenos Aires ed affida il progetto all’Architetto fiorentino e Fratello Gino Coppedè. Sebbene, gran parte della libreria ed archivio personale dell’Architetto siano andati distrutti, con ragionevole certezza si può dire che il primo progetto era composto da diciotto palazzine e ventisette villini. Il progetto fin dalla prima stesura si distingue per il rispetto del piano regolatore del 1909, fortemente voluto dal sindaco e Massone Ernesto Nathan, che fu il primo piano regolatore ad essere concepito tridimensionalmente, garantendo uno sviluppo armonico sia sul piano orizzontale che verticale. Il primo progetto proponeva come fulcro una piazza con una fontana, la futura piazza Mincio, intorno alla quale si sviluppavano le nuove vie con le nuove strutture. Ma se nel progetto, la piazza e la fontana esaltano l’ordine e la simmetria imposte dal nuovo piano regolatore, in realtà sarà l’invenzione della via Diagonale con il suo arco, che unisce i due palazzi di via Po e via Arno e insieme apre la vista di Piazza Mincio, a determinare la forza scenica e a dare l’idea di un quartiere “sui generis”.
Il quartiere nell’insieme rappresenta la “summa” degli stilemi coppediani e della sua visione dell’architettura. Infatti, si fondono l’esperienza decorativa sviluppata magistralmente fin da adolescente nel laboratorio ebanista del padre Mariano, con la sua personale evoluzione del castello quattrocentesco ove comignoli e torrette improbabili si moltiplicano per fornire un armonioso “pastiche”di simboli e decorazioni. Una ricognizione dell’area che da via Salaria porta al Quartiere, dimostra come in quegli anni gli stili Liberty o più schiettamente Neo-medievale e Manierista fossero prediletti non solo nella costruzione delle chiese ma soprattutto delle abitazioni private.
La nostra passeggiata Latomistica inizierà come è giusto che sia dal grande arco che sovrasta la via diagonale del quartiere, continuerà nella piazza centrale con la grandiosa fontana delle Rane circondata dal Villino delle fate, dal Palazzo del Ragno, dal Palazzo del Lavoro e si concluderà con due “tesori segreti” del quartiere quali i villini della“Musica”. L’ingresso del quartiere è monumentale, con un arco ornato da mascheroni, efebi ed affreschi con cavalieri medievali. La decorazione riprende temi medievali ma con tratti Liberty. L’arco stesso è la citazione di archi di Trionfo della tradizione romana, ma con lo stemma della famiglia Medici diventa qualcosa di “altro”, non un arco celebrativo ma di netta separazione fra quello che c’è fuori dal quartiere e gli scorci interni che si intravedono. Il visitatore viene preparato agli scorci della Fontana delle Rane da tre elementi posizionati rispettivamente sul piano strada, sotto la chiave di volta dell’arco e sulla torre del Palazzo degli Ambasciatori, rispettivamente la Madonnina col Bambino, il lampadario in ferro battuto e la Nike.
I tre elementi, sebbene indipendenti, sono posti a protezione dell’Inizio del Cammino del visitatore nel quartiere. Infatti, a proteggere l’ingresso al quartiere, resta la tanto discreta quanto “innovativa” piccola edicola angolare a cuspide, dove una sottile figura di Madonna illuminata da una lanterna pendente, porge il Bambino Gesù verso il visitatore. Il Bambino, non si rivolge alla Madre come nella tradizione dell’Iconografia, ma al visitatore come invitandolo a seguire il percorso con ungesto di accoglienza. Sotto l’Arco che segna l’inizio spaziale del cammino, si trova il grande lampadario circolare in ferro battuto riccamente decorato. Il lampadario è agganciato ad una decorazione poli-cromica che richiama la manifattura fiorentina dei Della Robbia. Dal punto di vista simbolico, il lampadario all’aperto sembra ricordare l’imprescindibilità della “illuminazione” nel Cammino. Proprio sotto una delle colonne di questo arco l’Architetto appose la sua firma.
Alzando gli occhi il visitatore è colpito dalla Nike alata che sembra stagliarsi in volo con due ramoscelli di palma nelle mani ed una decorazione a mosaico alle spalle. La figura alata in equilibrio precario sul bordo della torretta ottagonale rappresenta la polena di una nave. La polena precede il cammino della nave da e verso il suo porto. La Nike, dea della vittoria o colei che conferisce la vittoria o la ricompensa della vittoria (i.e. palma). 
La forza innovativa che si trova fin dall’inizio in questo quartiere non si esaurisce solamente con le ricchissime decorazioni appena descritte, ma come riportato nella rivista “L’Architettura Italiana” del 1921 gli interni degli appartamenti presentano rifiniture di grande pregio e modernità come ascensori, riscaldamento a termosifone ed un “collegamento telefonico” con la portineria. L’innovazione tecnologica combinata con una tradizione costruttiva e decorativa millenaria. Nello stesso articolo si fa riferimento ad una nuova tecnica di marketing nell’edilizia civile, ovvero la possibilità di personalizzare le abitazioni in fase di costruzione, permessa dalla flessibilità delle piante di ogni caseggiato.
Continuando a passeggiare, sono proprio i Palazzi degli Ambasciatori a condurre verso il cuore del quartiere, incentrato su piazza Mincio, dove Coppedè realizzò le sue costruzioni più famose. In particolare, il visitatore viene attirato dalla Fontana delle Rane. Molti studiosi descrivono questa fontana come un tributo alla più celebre fontana delle Tartarughe impreziosita da Bernini nel Seicento. La fontana è caratterizzata da due vasche maggiori, una inferiore di forma circolare ad altezza del piano strada ed una, sempre circolare, che funge da coronamento. Proprio su questo ultimo anello, l’Architetto inserisce le Rane che costituiscono il centro ideale del quartiere. La Rana per la sua vistosa metamorfosi da uovo a girino e, successivamente, a quadrupede è il simbolo della continua rinascita e rigenerazione della vita. I tre stadi di evoluzione della rana rappresentano il percorso evolutivo dell’uomo per le culture orientali, la Santa Trinità per la cultura cristiana o i Gradi dell’Iniziato per la cultura Massonica. Malgrado, una lettura dei Padri della Chiesa veda le rane come simbolo del diavolo e degli eretici, la Rana come elemento intermedio fra terra e cielo in tutte le tradizioni antiche è un elemento di connessione fra il mondo ordinario e quello straordinario. La Rana come elemento di connessione fra l’acqua e l’aria rappresenta riti di passaggio portando creatività, prosperità ed abbondanza.
Sulla piazza si affacciano i due edifici concepiti come abitazione intensiva con quattro piani oltre il piano terra e quello seminterrato. Entrambi le facciate che si affacciano sulla Fontana delle Rane si concludono con un attico con un loggiato coperto che va ad identificare un settimo elemento. La facciata con decorazione monumentale è caratterizzata da un portone con un arco a tutto sesto con una forte strombatura finemente decorata da mosaici colorati con i temi del blu e dell’oro che contrastano con i temi e le geometrie interne in bianco e nero a cui si alterna il motivo della lucertola con la scritta “hospes salve”. L’iscrizione di saluto all’ospite potrebbe celare il saluto al postulante che chiede di essere iniziato. Il simbolo del piccolo rettile è legato alla “rigenerazione”, l’anima che cerca la Luce e quando la trova rimane in un’estasi contemplativa. Al di sopra del portone vi è posta una formella con l’iscrizione “ingrederehasaedes/quisquis es amicuseris/hospitem sopito”, “Entra in questa casa chiunque tu sia, sarai un amico. Io proteggo l’ospite”.La formella è posta accanto a due logge sostenute da due colonne monumentali che richiamano quelle del tempio di Salomone. La decorazione in bianco e nero si ripete nella loggia sopra l’ingresso ed accanto alla lucertola compaiono i simboli della pantera, dell’ariete e altri simboli geometrici.
L’edificio nell’angolo opposto a quello appena descritto è a pianta esagonale con tre lati interamente su Piazza Mincio. Il blocco centrale è una sorta di torretta, che oltre ad essere più alta di un piano esce dal profilo del prospetto quasi ad elevarsi. Tale effetto di “distacco” od “elevazione” è accentuato dalle decorazioni e cromie non casuali. Il portale di ingresso è dominato da un mascherone dalle forme titaniche che sembra riprendere il tema della forza generatrice fra Terra e Cielo, i Titani erano stati concepiti da Urano (Cielo) e Gea (Terra) infatti. A dare il nome al palazzo è un finto mosaico raffigurante un ragno, dorato e con un dorso a mandorla che dispone le lunghe zampe su una ragnatela dorata. Il ragno nelle sue molteplici interpretazioni rappresenta il positivo, l’Architetto dell’Universo che tesse e conosce il destino del mondo e ne conosce passato e futuro. In senso negativo, la tela del ragno può essere la rete del vizio in cui l’uomo cade nel suo percorso di vita. La chiave interpretativa della ragnatela può essere chiarita osservando l’affresco dipinto in ocra gialla e nero raffigurante l’allegoria del “Lavoro” rappresentato dalla scritta “Labor”. Al centro dell’affresco vi è un cavallo che porta un’incudine sulla groppa e due martelli. Il cavallo accompagna l’uomo nel suo viaggio, l’incudine è lo strumento indispensabile al lavoro di forgiatura dei metalli ed i martelli necessari non solo al lavoro di forgiatura ma anche a spezzare le catene del vizio da cui l’Uomo può essere intrappolato. Ultimo particolare che non può sfuggire nell’affresco è la presenza di dieci Api che rappresentano l’operosità dell’uomo, ovvero il “Labor”. Il torrino che si eleva al settimo livello, è affiancato da due gruppi da tre comignoli che sembrano anticipare il culmine dell’impianto scenografico della piazza rappresentato dai tre villini che passano sotto il nome di Villini delle Fate.
Interpretare il significato univocamente delle decorazioni dei villini delle Fate sarebbe ambizioso, ma possiamo senz’altro affermare che rappresentino un tributo alle quattro città d’arte italiane, Firenze ed il suo paesaggio, Milano ed il biscione, Venezia ed il leone e Roma con la lupa. L’elemento che certamente contraddistingue l’intero complesso è sicuramente l’orologio zodiacale che proietta la torretta in una atmosfera stellata ed onirica, volta a creare un collegamento fra il microcosmo ed il macrocosmo.
A colpire l’osservatore attento è l’aggiunta dell’Uva e della Vite, tanto cari a Bacco, al simbolismo dell’Ape. La tradizione classica attribuisce a Bacco stesso la scoperta del miracoloso frutto delle Api, ovvero il Miele. Ulteriore elemento decorativo peculiare è la presenza di soli circolari con dei triangoli equilateri inscritti. Il triangolo equilatero è la funzione mistica dell’eterno inscritto nell’immensità dell’Ente supremo. Sulle reali intenzioni di Coppedè nel porre proprio questa decorazione nel villino delle fate dedicato alle città d’arte italiane non è dato sapere con certezza, ma Coppedè dischiude con queste decorazioni l’esistenza di un Essere Supremo cui l’uomo può accedere trasformando in virtù attive (le Arti) le passioni sconfitte (il Vizio).
La passeggiata nel quartiere può proseguire in direzione Corso Trieste, dove si ergono due piccole ville. Le forme sono quelle dei piccoli castelli coppediani. Le due costruzioni sono state la dimora di due grandi protagonisti della musica, il cantante lirico Beniamino Gigli ed il Maestro compositore Giacomo Setaccioli. La villa del cantante più grande ed opulenta si contraddistingue per i riquadri araldici in nero ed ocra. L’elemento decorativo principale è la presenza del Leone. Il simbolo, tra i più presenti nel quartiere, riprende il tema della forza e della sicurezza. Il cipiglio del leone della villa del cantante non è “cupo” bensì maestoso, quasi a sottolinearne il carattere regale tra le specie animali.
Di carattere diverso è la villa del Maestro Setaccioli, riportata all’antico splendore da un sapiente restauro che ne ha evidenziato il profondo simbolismo. L’elemento decorativo distintivo è la presenza di un pavone su un pentagramma musicale, tanto caro al committente. Il pavone, usato in tutte le tradizioni più antiche, ha spesso evocato vizi negativi quali la vanità, la lascivia e l’arroganza. In realtà la coda non dischiusa o semi-dischiusa del pavone riportato nel finto mosaico del villino, sembra richiamare il senso dell’ascolto. Il pavone accanto alle note sembra rammentare al visitatore attento che il canto del pavone è l’unico che mette in fuga i serpenti, così come il lavoro sulla pietra grezza i vizi e la preghiera il male. 
Sul finire della passeggiata, il visitatore non può che rimanere estasiato dalle meraviglie dell’Architetto Coppedè. Tali meraviglie non hanno mai una chiave di lettura univoca o unidirezionale. Ogni simbolo può essere letto in modi diversi, ma le chiavi di lettura aumentano esponenzialmente se osservati in connessione agli altri simboli presenti. Sembra quasi che il visitatore sia colpito da quei simboli con cui egli stesso sia coinvolto nella situazione spazio-tempo particolare. L’opera di Coppedè sembra tracciare un percorso individuale per il visitatore e sembra quasi spronarlo a conoscere sempre più, a tendere a quella perfezione inarrivabile cui la Storia tende. La chiave di lettura secondo cui Coppedè abbia disegnato un percorso di meraviglie per tutti gli uomini in cammino trova in un piccolo mosaico sulla facciata del liceo Scientifico Avocadro, prospiciente i villini delle Fate.
Il mosaico rappresenta un Gallo (noto ai Fratelli Massoni poiché presente nel Gabinetto di Riflessione) che allunga una zampa su una coppa affiancato da tre dadi e sembra porre un rebus. Tale immagine sembra ricordare il percorso che l’apprendista (il dado) attraverso l’illuminazione (il gallo) arriva alla conoscenza (la coppa). Tuttavia, le soluzioni ai tanti rebus posti da Coppedè sono innumerevoli, ma i temi ricorrenti dell’illuminazione, della rigenerazione, della rinascita, del lavoro inteso come elevazione sono ricorrenti. Auspichiamo che questa breve passeggiata susciti nel lettore la curiosità dell’interpretazione, al fine di ritrovare le relazioni, le ipotesi ed i misteri che offre ancora oggi il lavoro fiabesco di Gino Coppedè.



BIBLIOGRAFIA

  • Bossaglia, R, M Cozzi. I Coppedè. Genova: Sagep, 1982, ISBN 8870580636. 
  • Botti D., D'Amico M.R. e Tiburzi A., Coppedè esoterico. Guida ai segreti del quartiere più misterioso di Roma, in Crocevia, Viterbo, Alter Ego, 2016, ISBN 978-88-9333-059-6
  • Dardi D., Il quartiere Coppedè. Un'isola di originalità architettonica nella Roma del primo Novecento, Milano, Newton Compton, 1999, ISBN 978-88-8289-178-7. 
  • LAZIO, SOVRINTENDENZA PER I BENI AMBIENTALI E ARCHITETTONICI. Il “quartiere Coppedè” a Roma : Conoscenza e tutela. Roma: Edizione Romana, 1982, ISBN RMS1465882. 
  • Maltinti M., Quartiere Coppedè. La storia e le immagini straordinarie di un luogo fantastico, Polo Books, 2009, ISBN 978-88-87577-93-8. 
  • Pimpinella G.,Il fantastico quartiere Coppedè tra simboli e decorazioni, Marina di Minturno, Caramanica, 2008, ISBN 978-88-7425-081-3. 
  • Venturoli D., Quartiere Coppedè: Un set da film horror, in Focus Storia Biografie, nº 12, gennaio-febbraio 2013.

giovedì 21 marzo 2019

Itinerari Latomistici: Palazzo Falconieri ed il mistero borrominiano

 Nella Città Eterna in Via Giulia nel cuore di Roma, all’interno di Palazzo Falconieri come uno scrigno, custodisce l’affascinante opera del Borromini, che cela al suo interno importanti simboli ermetici. 
Papa Giulio II nel primo decennio del 1500 volle far edificare su progetto dal Bramante il primo rettilineo della Roma moderna, che di fatti prese il nome di Via Giulia. 
Arteria destinata a divenire una strada di rappresentanza, ove si allinearono i “blasoni” più importanti dell’epoca, elevando la via ad un ruolo importante per la politica e le pubbliche relazioni, anello di congiunzione fra le attività commerciali ed il foro giudiziario. La zona era già divenuta di forte importanza, ma sotto il pontificato di Leone X dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che aveva portato presso la sua corte pontificia numerosi esponenti dell’alta aristocrazia fiorentina, Via Giulia divenne ancor più prestigiosa, poiché abitata principalmente da ricche famiglie fiorentine[1], come i Falconieri, una eminente famiglia di banchieri che, oltre ad avere il privilegio della riscossione delle gabelle a Roma, percepiva ingenti somme di denaro dal proficuo commercio del sale. 
Il palazzo, oggi è sede dell’Accademia d’Ungheria[2], fondata nel 1927 con l’appoggio personale dell’allora primo ministro Benito Mussolini[3]. 
Sorge sui resti di un antico porto fluviale posto sulla riva sinistra del Tevere, i cui ruderi si possono scorgere nel sotterraneo dell’edificio, che ancora oggi parzialmente li conserva[4]. 
Il Palazzo, fu dapprima proprietà della famiglia Ceci, poi dal 1574 dei Principi Odescalchi, passò ad altre nobili dinastie e dal 1606 fu dei Duchi Farnese, come testimoniano i blasoni delle illustri Casate[5]. 

Nel 1638 Orazio Falconieri[6], della nobile famiglia fiorentina di banchieri, per accrescere il suo prestigio sociale in Roma, acquisì questo Palazzo, che come altri rilevanti edifici di via Giulia progettati a grandi linee dal Bramante, erano di proprietà dei Farnese i quali nel loro disegno politico ed architettonico avrebbero voluto edificare una sorta di cittadella che comprendesse il maestoso Palazzo Farnese, questo palazzo ed altri fondaci che si sarebbero dovuti collegare con la Farnesina al di là del Tevere. 
La ricca Casata dei Falconieri ben presto, con l’ausilio dei cospicui proventi derivanti dai loro offici e dal commercio riuscirono ad inserirsi nell’alta società capitolina, eleggendo dimora in questo prestigioso Palazzo che acquistarono direttamente dai possedimenti dei Duchi Farnese. 
Orazio Falconieri, ritenendo questa dimora non ancora confacente ai fastigi che ricercava per la propria casata, decise di acquistare anche dei terreni adiacenti e determinò di ristrutturare significativamente l’immobile ed ampliare il Palazzo affidandone i lavori al genio di Francesco Borromini, insigne architetto che vi lavorò dal 1646 al 1649. La scelta ricadde sul grande architetto Borromini non solo perché era uno dei maggiori artisti dell’epoca, non solo per la sua fama e la plastica preferenza per i ritmi impostati sulla curva, il gusto del piccolo contrapposto al grande e la meticolosa cura dei dettagli, ma anche perché Falconieri era legato a lui da un vincolo di amicizia e da una comune passione per l’esoterismo e la simbologia ermetica, molto condivisa in alcuni circoli culturali dell’epoca[7]. Solo di recente, è stato approfondito lo studio dei suoi messaggi simbolici. La figura del Borromini era molto singolare essendo un personaggio non comune. Dal carattere molto introverso e sovente immerso nell’elaborazione strutturata delle sue creazioni artistiche, o nel profondo studio dei suoi libri, non era portato a provare alcun interesse per il denaro e rifuggiva dal fasto anche nella selezione dei materiali per le sue opere. Molto schivo di indole, lontano dai contatti umani superficiali, per la sua caratterialità, non godeva certo dello stesso successo del suo grande rivale Bernini meglio inserito nei contesti mondani, il quale era perfettamente a suo agio nell’atmosfera fastosa della Corte pontificia e poteva beneficiare quindi di grandi riconoscimenti e di cospicui compensi. Come fa notare Leros Pittoni nel suo libro Francesco Borromini - L’iniziato[8], il nostro artista apparentemente tace: “Non dialoga in ricchi giochi di parole, non ha la rumorosità vibrante di accesi colori. Sembra muto… Il silenzio è nudità, ascetismo, dovuto alla povera materia che adopera nel costruire. Un solo colore. Il bianco. Un colore solo, una sola sottile di vibrazione. E simboli. Tanti, a volte anche da scoprire.” Il suo silenzio è in realtà ricco di significati: egli era infatti un “iniziato”. Apparteneva alla cooperazione dei Muratori, da queste corporazioni a seguire trarrà origine la Massoneria. La corporazione, di stretta osservanza cristiana, aveva la sua sede nella Basilica dei Quattro Coronati [9]al Celio. La sua regola era: 

“Esporre segretamente e dimostrare silenziosamente”.

Per questi articolati motivi troviamo nell’opera borrominiana una complessa simbologia ermetica che si corrobora con la sua genialità di architetto. Ciò che ai suoi biografi contemporanei apparivano delle stranezze, trovano spiegazione nelle sue profonde conoscenze esoteriche. Messaggi fortemente Simbolici sono racchiusi nelle stelle, nei quadrati, nei cerchi, nei triangoli, come pure nelle croci, nelle palme, e in tutti gli elementi che abbondano nelle sue decorazioni di grande impatto emotivo.
Come tratteggiano le cronache del tempo, fu poco amato dai suoi allievi e fu verosimilmente vittima di un evidente conflitto interiore, che lo vedeva tratto da una fortissima religiosità ed una pari attrazione verso l’esoterismo e la simbologia ermetica. Scalpellino dall’infanzia[10], membro attivo dell’Università dei Marmorari, la figura del Borromini resta ancora oggi un arcano, intorno al quale si danno le interpretazioni più disparate, maggiormente sulla simbologia nascosta nei suoi capolavori.

Falconieri diede incarico al Borromini di ampliarle il Palazzo per celebrare il proprio casato. Il committente richiese al suo amico ed architetto, che ai lati della facciata su via Giulia fossero realizzate due grandi erme[11] barocche con busti femminei e teste di falco, che richiamassero il Blasone della Famiglia.[12] Poste come lesene o cariatidi, si tramanda siano opera almeno in parte dello stesso Borromini.

L’architetto dovette sin da subito confrontarsi con le ambiziose aspettative dell’amico committente, operando il suo progetto attraverso un’attenta esecuzione. Oltre che all’aspetto architettonico, il Palazzo fu ampliato negli spazi e portato dalle originali otto campate ad undici.
Fu personale cura dell’artista provvedere alla decorazione del piano nobile, rivelando così un’anima profondamente artistica, quasi pittorica dai numerosi elementi Ermetici.
Abbellì le sontuose volte con ornamenti a stucco caratterizzate da raffigurazioni simboliche complesse. Il Borromini realizzò quattro stanze dette degli stucchi che si differenziano per i colori Rosso, Azzurro e Verde, mostrando una varietà di elementi affascinanti e suggestivi. Con questi soffitti sapientemente trattati a stucco policromo e dorato, l’architetto realizzò una maniera decorativa tra le più sorprendenti del barocco romano. 
Così nel Salone Rosso si trova il motivo simbolico del mondo come nesso spirito-materia, raffigurato con tre cerchi d’oro che rappresentano lo spirito, la materia e l’anima, con il sole raggiante nel punto centrale d’intersezione.

Nella stanza Azzurra, l’artista ha rappresentato l’Universo con numerosi simboli Ermetici come l’Occhio Veggente da sempre presente nella Libera Muratoria, l’Ouroboro, il serpente che si morde la coda, che è emblema della ciclicità del tempo, (Lo stesso Borromini a proposito scriverà «La serpe disposta in circolo nell’atto di mangiarsi la coda indica la perennità dell’Universale Sostanza. Così l’avevo dipinta al centro di una cornice ovale, insieme al Globo terrestre, lo Scettro e all’Occhio-che-tutto-vede». L’Axis Mundi (che rappresenta il Chiodo di magnete) ed il Globo Terrestre presente sin dai primordi anche nei Templi Massonici sulla Colonna Boaz.

Altre immagini si basano prevalentemente su figure allegoriche che unendo elementi araldici dei Falconieri, aggiungono raffigurazioni botaniche, emblemi tratti da antichi testi cinquecenteschi, simboli ermetici e forme geometriche.
Nei pennacchi compaiono Squadre, Compassi, Cornucopie colme di Melograni e foglie di Acanto tutti elementi del simbolismo Latomistico.
Nelle ultime due stanze, quelle Verdi, assistiamo a una composizione più misurata, quasi classicheggiante, con foglie d’Acanto che in Massoneria unitamente ai Melograni sono presenti nella Colonna Jakin, Palme che nel simbolismo alchemico rappresentano il Mercurio ed altri elementi vegetali ugualmente simbolici, che formano una sorta di fregio continuo. Sul prospetto che affaccia sul lato del fiume Tevere è invece interessante la Loggia composta di tre arcate a tutto sesto, sovrastata dalla meravigliosa altana dalla quale i Falconieri ed i loro selezionati ospiti, miravano dall’alto i tetti di Roma.

La terrazza circondata da una transenna di balaustre è arricchita a sua volta dalla presenza delle teste di Giana-Giano, di suggestivo effetto simbolico.
Nel corso dei secoli il Casato dei Falconieri si unì con quello dei Princìpi Carpegna ed accrescendo le loro dimore residenziali, non necessitando dell’uso di questo palazzo, lo locarono ad esponenti di alte prelature papaline, per lo più a cardinali.
Dal 1815 al 1818 vi dimorò Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte, in quanto sorellastra del cardinale Fesch, allora residente nel palazzo. 
Alla fine dell’Ottocento, estintasi la famiglia Falconieri, il palazzo passò alla famiglia Medici del Vascello, infatti nel 1890 il palazzo fu venduto al generale Giacomo Medici, garibaldino e Fratello Massone,[13] strenuo difensore della Repubblica Romana a Porta San Pancrazio.

Il generale Medici offrì il Palazzo Falconieri a Luigi, suo nipote, che poi lo vendette all’ungherese Vilmos Fraknói, fondatore del primo istituto storico laico. Questi nel 1927 lo cedette a sua volta al governo ungherese che vi pose la sede dell’Accademia d’Ungheria[14].

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[1] Non è un caso che qui si trovi anche San Giovanni dei Fiorentini, la chiesa madre della Signoria a Roma. 
[2] Collegium Hungaricum 
[3] Il capo del governo dell'epoca, István Bethlen e Kuno Klebelsberg ministro d'istruzione e degli affari del culto, acquistarono il palazzo di particolare bellezza, perché volevano donare una degna dimora, nella Città Eterna, alla scienza e alla cultura ungherese come anche alla formazione degli artisti, come ricordato anche sulla lapide commemorativa situata all'ingresso dell'edificio. 
[4] Ubicato all’altezza dell’Arco dei Farnese che collega i due versanti della strada, creando un punto di riferimento emblematico della zona.
[5] Il palazzo fu ampliato nel 1576 dalla famiglia Odescalchi. Originariamente aveva otto finestre e un portone decentrato a bugne rustiche con i gigli dei Farnese nella chiave e un cornicione con i simboli degli Odescalchi sulla facciata principale. Agli Odescalchi molti furono i proprietari che si avvicendarono: Francesco Cenci, padre della sventurata Betarice, la famiglia Sforza, il cardinal Giovanni Vincenzo Gonzaga e il cardinal Montalto.
[6] Orazio Falconieri vi dimorò con la sua giovane sposa, Ottavia Sacchetti. Conosciamo bene i tratti del volto di entrambi, poiché il loro monumento funebre ornato di bassorilievi si trova in fondo a Via Giulia, nell’abside proprio della chiesa della nazione fiorentina, realizzati da Domenico Guidi su disegno di Francesco Borromini. E fu proprio la giovane coppia a incaricare il maestro Borromini di trasformare il vecchio edificio gotico, lasciando volare liberamente la sua straordinaria fantasia, decorando le sale e i corridoi con stucchi meravigliosi. Il genio non si smentì: gli esperti sostengono che qui, in palazzo Falconieri, egli abbia realizzato una delle sue opere migliori.
[7] Leros Pittoni, Francesco Borromini: l’iniziato, De Luca, 1995 
[8] Leros Pittoni, Francesco Borromini: l’iniziato, De Luca, 1995 
[9] Il riferimento storico ed agiografico è legato ai quattro soldati martirizzati ("coronati" cioè dal lauro del martirio) Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino, rei di non aver voluto giustiziare quattro o cinque scultori che si erano rifiutati di scolpire la statua di un idolo pagano, affermando così la loro fede cristiana.
[10] Il Borromini discende da una famiglia di capomastri e scalpellini che operavano in seno alle imprese edili itineranti dei Maestri comacini.
[11] Le erme (in greco antico: ἑρμαῖ) erano dei pilastrini di sezione quadrangolare, di altezza variabile tra 1 e 1,5 m, sormontati da una testa scolpita a tutto tondo 
[12] Borromini aumentò la facciata su via Giulia, aprì un nuovo portale e lo delimitò con due pilastri laterali dove collocò due enormi erme a testa di falco, relative al casato dei Falconieri e in particolare alle donne della famiglia, forse relativi anche a 2 horus egizi: ovvero il simbolo del dio Oro, figlio di Osiride e Iside, dio del Cielo e del Sole.
[13] Luigi Pruneti, Aquile e Corone, L'Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di Vittorio Emanuele III ed Elena al governo Mussolini, Le Lettere, Firenze, 2012, p. 119. 
[14] Le istituzioni che vi si trovano, l’Accademia d’Ungheria con mansione scientifica e culturale, e l’Istituto Pontificio Ungherese, devono molto alla forza attrattiva delle opere meravigliose di Borromini. Lo Stato Ungherese infatti ha una cura particolare di quest’edificio, si occupa della manutenzione, del restauro necessario, permette le visite guidate agli interessati, e cerca di contribuire anche alla maggiore conoscenza dell’opera intera di Borromini. 

Fonte: Gran Loggia Phoenix





venerdì 21 febbraio 2014

Il primo marzo a Roma apre Casa Nathan, il Centro polifunzionale del Grande Oriente d'Italia. A tagliare il nastro il Gran Maestro Gustavo Raffi

 
Una grande agorà per camminare nella luce. E' l'espressione che usa il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Gustavo Raffi, per descrivere Casa Nathan, il centro polifunzionale e nuovo Tempio romano del Grande Oriente d'Italia, che sarà inaugurato sabato primo marzo e che è stato intitolato al più grande sindaco di Roma di tutti i tempi Ernesto Nathan. Nathan, non solo amministrò la capitale, come primo cittadino, dal 1907 al 1913, ma fu anche Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia dal 1896 al 1904 e dal 1917 al 1919. "Questa nostra nuova casa dovrà essere una straordinaria officina in grado di attrarre giovani, di forgiare uomini nuovi e migliori, un luogo di dialogo e di confronto, un'agorà, un punto di riferimento culturale aperto alla città", ha auspicato il Gran Maestro. La cerimonia di inaugurazione di Casa Nathan, che ha sede nell'edificio dell'ex cinema Belsito in piazzale delle Medaglie d'oro 45 a Roma, è fissata alle 10,15. A tagliare il nastro il Gran Maestro alla presenza delle autorità cittadine, di rappresentanti della società civile di Roma e dei Fratelli Massoni. In occasione dell'evento verrà allestita una mostra dedicata a Ernesto Nathan e proiettato il film documentario "Il Mistero di Dante" del regista Louis Nero, con la magistrale interpretazione dell'attore premio Oscar Murray Abraham, un'opera di ricerca, che si propone di scoprire, attraverso il confronto con numerosi esperti di storia ed esoterismo, i messaggi celati e profondi della Divina Commedia.
 
 
Fonte: GOI

sabato 22 ottobre 2011

domenica 16 ottobre 2011

Tolleranza: Cardine della convivenza sociale.

Roma, città offesa, violata e violentata. Messa a ferro e fuoco da scuri messaggeri di morte. La morte dei principi e dei limiti, della tolleranza: lo stordimento del buon senso e della ragione.Tutto sopraffatto da nuovi barbari che hanno seminato devastazione e violenza, attaccando e colpendo altri uomini che erano schierati a difendere beni, cose, persone, ed i nobili ideali di un' ITALIA libera, repubblicana e democratica. Volgari delinquenti, non guerriglieri ma manovalanza di chi crede di poter imporre il terrore. Dio ci salvi dal ritorno alla barbarie, dalla morte della civiltà sociale! Siamo noi i veri indignati: oltre 60 milioni di italiani che con sgomento assistevano allo scempio, come sgomento ed incredulo era il resto del mondo. Viva l' Italia !