sabato 29 febbraio 2020

Passeggiata Latomistica nel quartiere Coppedè della Città Eterna a cura del Fratello Ames.

Pochi romani sanno che è possibile passeggiare all’interno di un quartiere romano dove la luce, gli stili ed i simboli ci fanno rivivere le favole. Il quartiere Coppedè è una zona che si colloca tra i quartieri Parioli, Trieste e Salario. Le sue modeste dimensioni non giustificherebbero l’appellativo di quartiere, ma il suo fascino peculiare è indiscutibile. La storia del quartiere nasce nel 1916, quando la Società Anonima Cooperativa Moderna acquista 31.000 mq nelle vicinanze di piazza Buenos Aires ed affida il progetto all’Architetto fiorentino e Fratello Gino Coppedè. Sebbene, gran parte della libreria ed archivio personale dell’Architetto siano andati distrutti, con ragionevole certezza si può dire che il primo progetto era composto da diciotto palazzine e ventisette villini. Il progetto fin dalla prima stesura si distingue per il rispetto del piano regolatore del 1909, fortemente voluto dal sindaco e Massone Ernesto Nathan, che fu il primo piano regolatore ad essere concepito tridimensionalmente, garantendo uno sviluppo armonico sia sul piano orizzontale che verticale. Il primo progetto proponeva come fulcro una piazza con una fontana, la futura piazza Mincio, intorno alla quale si sviluppavano le nuove vie con le nuove strutture. Ma se nel progetto, la piazza e la fontana esaltano l’ordine e la simmetria imposte dal nuovo piano regolatore, in realtà sarà l’invenzione della via Diagonale con il suo arco, che unisce i due palazzi di via Po e via Arno e insieme apre la vista di Piazza Mincio, a determinare la forza scenica e a dare l’idea di un quartiere “sui generis”.
Il quartiere nell’insieme rappresenta la “summa” degli stilemi coppediani e della sua visione dell’architettura. Infatti, si fondono l’esperienza decorativa sviluppata magistralmente fin da adolescente nel laboratorio ebanista del padre Mariano, con la sua personale evoluzione del castello quattrocentesco ove comignoli e torrette improbabili si moltiplicano per fornire un armonioso “pastiche”di simboli e decorazioni. Una ricognizione dell’area che da via Salaria porta al Quartiere, dimostra come in quegli anni gli stili Liberty o più schiettamente Neo-medievale e Manierista fossero prediletti non solo nella costruzione delle chiese ma soprattutto delle abitazioni private.
La nostra passeggiata Latomistica inizierà come è giusto che sia dal grande arco che sovrasta la via diagonale del quartiere, continuerà nella piazza centrale con la grandiosa fontana delle Rane circondata dal Villino delle fate, dal Palazzo del Ragno, dal Palazzo del Lavoro e si concluderà con due “tesori segreti” del quartiere quali i villini della“Musica”. L’ingresso del quartiere è monumentale, con un arco ornato da mascheroni, efebi ed affreschi con cavalieri medievali. La decorazione riprende temi medievali ma con tratti Liberty. L’arco stesso è la citazione di archi di Trionfo della tradizione romana, ma con lo stemma della famiglia Medici diventa qualcosa di “altro”, non un arco celebrativo ma di netta separazione fra quello che c’è fuori dal quartiere e gli scorci interni che si intravedono. Il visitatore viene preparato agli scorci della Fontana delle Rane da tre elementi posizionati rispettivamente sul piano strada, sotto la chiave di volta dell’arco e sulla torre del Palazzo degli Ambasciatori, rispettivamente la Madonnina col Bambino, il lampadario in ferro battuto e la Nike.
I tre elementi, sebbene indipendenti, sono posti a protezione dell’Inizio del Cammino del visitatore nel quartiere. Infatti, a proteggere l’ingresso al quartiere, resta la tanto discreta quanto “innovativa” piccola edicola angolare a cuspide, dove una sottile figura di Madonna illuminata da una lanterna pendente, porge il Bambino Gesù verso il visitatore. Il Bambino, non si rivolge alla Madre come nella tradizione dell’Iconografia, ma al visitatore come invitandolo a seguire il percorso con ungesto di accoglienza. Sotto l’Arco che segna l’inizio spaziale del cammino, si trova il grande lampadario circolare in ferro battuto riccamente decorato. Il lampadario è agganciato ad una decorazione poli-cromica che richiama la manifattura fiorentina dei Della Robbia. Dal punto di vista simbolico, il lampadario all’aperto sembra ricordare l’imprescindibilità della “illuminazione” nel Cammino. Proprio sotto una delle colonne di questo arco l’Architetto appose la sua firma.
Alzando gli occhi il visitatore è colpito dalla Nike alata che sembra stagliarsi in volo con due ramoscelli di palma nelle mani ed una decorazione a mosaico alle spalle. La figura alata in equilibrio precario sul bordo della torretta ottagonale rappresenta la polena di una nave. La polena precede il cammino della nave da e verso il suo porto. La Nike, dea della vittoria o colei che conferisce la vittoria o la ricompensa della vittoria (i.e. palma). 
La forza innovativa che si trova fin dall’inizio in questo quartiere non si esaurisce solamente con le ricchissime decorazioni appena descritte, ma come riportato nella rivista “L’Architettura Italiana” del 1921 gli interni degli appartamenti presentano rifiniture di grande pregio e modernità come ascensori, riscaldamento a termosifone ed un “collegamento telefonico” con la portineria. L’innovazione tecnologica combinata con una tradizione costruttiva e decorativa millenaria. Nello stesso articolo si fa riferimento ad una nuova tecnica di marketing nell’edilizia civile, ovvero la possibilità di personalizzare le abitazioni in fase di costruzione, permessa dalla flessibilità delle piante di ogni caseggiato.
Continuando a passeggiare, sono proprio i Palazzi degli Ambasciatori a condurre verso il cuore del quartiere, incentrato su piazza Mincio, dove Coppedè realizzò le sue costruzioni più famose. In particolare, il visitatore viene attirato dalla Fontana delle Rane. Molti studiosi descrivono questa fontana come un tributo alla più celebre fontana delle Tartarughe impreziosita da Bernini nel Seicento. La fontana è caratterizzata da due vasche maggiori, una inferiore di forma circolare ad altezza del piano strada ed una, sempre circolare, che funge da coronamento. Proprio su questo ultimo anello, l’Architetto inserisce le Rane che costituiscono il centro ideale del quartiere. La Rana per la sua vistosa metamorfosi da uovo a girino e, successivamente, a quadrupede è il simbolo della continua rinascita e rigenerazione della vita. I tre stadi di evoluzione della rana rappresentano il percorso evolutivo dell’uomo per le culture orientali, la Santa Trinità per la cultura cristiana o i Gradi dell’Iniziato per la cultura Massonica. Malgrado, una lettura dei Padri della Chiesa veda le rane come simbolo del diavolo e degli eretici, la Rana come elemento intermedio fra terra e cielo in tutte le tradizioni antiche è un elemento di connessione fra il mondo ordinario e quello straordinario. La Rana come elemento di connessione fra l’acqua e l’aria rappresenta riti di passaggio portando creatività, prosperità ed abbondanza.
Sulla piazza si affacciano i due edifici concepiti come abitazione intensiva con quattro piani oltre il piano terra e quello seminterrato. Entrambi le facciate che si affacciano sulla Fontana delle Rane si concludono con un attico con un loggiato coperto che va ad identificare un settimo elemento. La facciata con decorazione monumentale è caratterizzata da un portone con un arco a tutto sesto con una forte strombatura finemente decorata da mosaici colorati con i temi del blu e dell’oro che contrastano con i temi e le geometrie interne in bianco e nero a cui si alterna il motivo della lucertola con la scritta “hospes salve”. L’iscrizione di saluto all’ospite potrebbe celare il saluto al postulante che chiede di essere iniziato. Il simbolo del piccolo rettile è legato alla “rigenerazione”, l’anima che cerca la Luce e quando la trova rimane in un’estasi contemplativa. Al di sopra del portone vi è posta una formella con l’iscrizione “ingrederehasaedes/quisquis es amicuseris/hospitem sopito”, “Entra in questa casa chiunque tu sia, sarai un amico. Io proteggo l’ospite”.La formella è posta accanto a due logge sostenute da due colonne monumentali che richiamano quelle del tempio di Salomone. La decorazione in bianco e nero si ripete nella loggia sopra l’ingresso ed accanto alla lucertola compaiono i simboli della pantera, dell’ariete e altri simboli geometrici.
L’edificio nell’angolo opposto a quello appena descritto è a pianta esagonale con tre lati interamente su Piazza Mincio. Il blocco centrale è una sorta di torretta, che oltre ad essere più alta di un piano esce dal profilo del prospetto quasi ad elevarsi. Tale effetto di “distacco” od “elevazione” è accentuato dalle decorazioni e cromie non casuali. Il portale di ingresso è dominato da un mascherone dalle forme titaniche che sembra riprendere il tema della forza generatrice fra Terra e Cielo, i Titani erano stati concepiti da Urano (Cielo) e Gea (Terra) infatti. A dare il nome al palazzo è un finto mosaico raffigurante un ragno, dorato e con un dorso a mandorla che dispone le lunghe zampe su una ragnatela dorata. Il ragno nelle sue molteplici interpretazioni rappresenta il positivo, l’Architetto dell’Universo che tesse e conosce il destino del mondo e ne conosce passato e futuro. In senso negativo, la tela del ragno può essere la rete del vizio in cui l’uomo cade nel suo percorso di vita. La chiave interpretativa della ragnatela può essere chiarita osservando l’affresco dipinto in ocra gialla e nero raffigurante l’allegoria del “Lavoro” rappresentato dalla scritta “Labor”. Al centro dell’affresco vi è un cavallo che porta un’incudine sulla groppa e due martelli. Il cavallo accompagna l’uomo nel suo viaggio, l’incudine è lo strumento indispensabile al lavoro di forgiatura dei metalli ed i martelli necessari non solo al lavoro di forgiatura ma anche a spezzare le catene del vizio da cui l’Uomo può essere intrappolato. Ultimo particolare che non può sfuggire nell’affresco è la presenza di dieci Api che rappresentano l’operosità dell’uomo, ovvero il “Labor”. Il torrino che si eleva al settimo livello, è affiancato da due gruppi da tre comignoli che sembrano anticipare il culmine dell’impianto scenografico della piazza rappresentato dai tre villini che passano sotto il nome di Villini delle Fate.
Interpretare il significato univocamente delle decorazioni dei villini delle Fate sarebbe ambizioso, ma possiamo senz’altro affermare che rappresentino un tributo alle quattro città d’arte italiane, Firenze ed il suo paesaggio, Milano ed il biscione, Venezia ed il leone e Roma con la lupa. L’elemento che certamente contraddistingue l’intero complesso è sicuramente l’orologio zodiacale che proietta la torretta in una atmosfera stellata ed onirica, volta a creare un collegamento fra il microcosmo ed il macrocosmo.
A colpire l’osservatore attento è l’aggiunta dell’Uva e della Vite, tanto cari a Bacco, al simbolismo dell’Ape. La tradizione classica attribuisce a Bacco stesso la scoperta del miracoloso frutto delle Api, ovvero il Miele. Ulteriore elemento decorativo peculiare è la presenza di soli circolari con dei triangoli equilateri inscritti. Il triangolo equilatero è la funzione mistica dell’eterno inscritto nell’immensità dell’Ente supremo. Sulle reali intenzioni di Coppedè nel porre proprio questa decorazione nel villino delle fate dedicato alle città d’arte italiane non è dato sapere con certezza, ma Coppedè dischiude con queste decorazioni l’esistenza di un Essere Supremo cui l’uomo può accedere trasformando in virtù attive (le Arti) le passioni sconfitte (il Vizio).
La passeggiata nel quartiere può proseguire in direzione Corso Trieste, dove si ergono due piccole ville. Le forme sono quelle dei piccoli castelli coppediani. Le due costruzioni sono state la dimora di due grandi protagonisti della musica, il cantante lirico Beniamino Gigli ed il Maestro compositore Giacomo Setaccioli. La villa del cantante più grande ed opulenta si contraddistingue per i riquadri araldici in nero ed ocra. L’elemento decorativo principale è la presenza del Leone. Il simbolo, tra i più presenti nel quartiere, riprende il tema della forza e della sicurezza. Il cipiglio del leone della villa del cantante non è “cupo” bensì maestoso, quasi a sottolinearne il carattere regale tra le specie animali.
Di carattere diverso è la villa del Maestro Setaccioli, riportata all’antico splendore da un sapiente restauro che ne ha evidenziato il profondo simbolismo. L’elemento decorativo distintivo è la presenza di un pavone su un pentagramma musicale, tanto caro al committente. Il pavone, usato in tutte le tradizioni più antiche, ha spesso evocato vizi negativi quali la vanità, la lascivia e l’arroganza. In realtà la coda non dischiusa o semi-dischiusa del pavone riportato nel finto mosaico del villino, sembra richiamare il senso dell’ascolto. Il pavone accanto alle note sembra rammentare al visitatore attento che il canto del pavone è l’unico che mette in fuga i serpenti, così come il lavoro sulla pietra grezza i vizi e la preghiera il male. 
Sul finire della passeggiata, il visitatore non può che rimanere estasiato dalle meraviglie dell’Architetto Coppedè. Tali meraviglie non hanno mai una chiave di lettura univoca o unidirezionale. Ogni simbolo può essere letto in modi diversi, ma le chiavi di lettura aumentano esponenzialmente se osservati in connessione agli altri simboli presenti. Sembra quasi che il visitatore sia colpito da quei simboli con cui egli stesso sia coinvolto nella situazione spazio-tempo particolare. L’opera di Coppedè sembra tracciare un percorso individuale per il visitatore e sembra quasi spronarlo a conoscere sempre più, a tendere a quella perfezione inarrivabile cui la Storia tende. La chiave di lettura secondo cui Coppedè abbia disegnato un percorso di meraviglie per tutti gli uomini in cammino trova in un piccolo mosaico sulla facciata del liceo Scientifico Avocadro, prospiciente i villini delle Fate.
Il mosaico rappresenta un Gallo (noto ai Fratelli Massoni poiché presente nel Gabinetto di Riflessione) che allunga una zampa su una coppa affiancato da tre dadi e sembra porre un rebus. Tale immagine sembra ricordare il percorso che l’apprendista (il dado) attraverso l’illuminazione (il gallo) arriva alla conoscenza (la coppa). Tuttavia, le soluzioni ai tanti rebus posti da Coppedè sono innumerevoli, ma i temi ricorrenti dell’illuminazione, della rigenerazione, della rinascita, del lavoro inteso come elevazione sono ricorrenti. Auspichiamo che questa breve passeggiata susciti nel lettore la curiosità dell’interpretazione, al fine di ritrovare le relazioni, le ipotesi ed i misteri che offre ancora oggi il lavoro fiabesco di Gino Coppedè.



BIBLIOGRAFIA

  • Bossaglia, R, M Cozzi. I Coppedè. Genova: Sagep, 1982, ISBN 8870580636
  • Botti D., D'Amico M.R. e Tiburzi A., Coppedè esoterico. Guida ai segreti del quartiere più misterioso di Roma, in Crocevia, Viterbo, Alter Ego, 2016, ISBN 978-88-9333-059-6
  • Dardi D., Il quartiere Coppedè. Un'isola di originalità architettonica nella Roma del primo Novecento, Milano, Newton Compton, 1999, ISBN 978-88-8289-178-7
  • LAZIO, SOVRINTENDENZA PER I BENI AMBIENTALI E ARCHITETTONICI. Il “quartiere Coppedè” a Roma : Conoscenza e tutela. Roma: Edizione Romana, 1982, ISBN RMS1465882. 
  • Maltinti M., Quartiere Coppedè. La storia e le immagini straordinarie di un luogo fantastico, Polo Books, 2009, ISBN 978-88-87577-93-8
  • Pimpinella G.,Il fantastico quartiere Coppedè tra simboli e decorazioni, Marina di Minturno, Caramanica, 2008, ISBN 978-88-7425-081-3
  • Venturoli D., Quartiere Coppedè: Un set da film horror, in Focus Storia Biografie, nº 12, gennaio-febbraio 2013.

venerdì 28 febbraio 2020

“Mitra e compasso”, incontro a Napoli il 28 febbraio

Venerdì 28 febbraio, alle 17:30, presso l’Istituto di Storia Patria al Maschio Angioino di Napoli, si terrà la presentazione del libro ‘Mitra e compasso – Riflessioni sui rapporti tra Massoneria e Chiesa‘ di Stefano Bisi, Tipheret edizioni.

Saranno presenti:
Gran Maestro Stefano Bisi
Don Luigi Merola – Presidente della Fondazione ‘a Voce d”e Creature

Moderatore:

Pasquale Napolitano – Il Giornale

Il libro:

Il rapporto tra la massoneria e la Chiesa cattolica riveste una grande attualità per le ricorrenti discussioni sul tema della laicità dello Stato. Le frequenti esternazioni della gerarchie ecclesiastiche su argomenti che riguardano la vita civile italiana suscitano anche oggi reazioni forti da parte di politici e studiosi di area laica. Andando con lo sguardo al passato, il libro si sofferma sulle relazioni tra il Vaticano e la massoneria, partendo dalla bolla di scomunica di Clemente XII fino ad arrivare all’attualità.

Il libro ripercorre le ultime vicende di questo complesso rapporto: gli scontri sull’insegnamento della religione nelle scuole, la partecipazione al referendum sulla procreazione assistita, gli attacchi di alcuni vescovi alle logge, la polemica su Mozart massone.

Scrive il Gran Maestro nella prefazione:

Non è un libro di storia perché non sono uno storico. Non è un articolo di giornale perché troppo lungo. Allora che cosa sono queste pagine che ho scritto? Sono appunti di un viaggio attraverso secoli scritti da un cronista. Alcune fasi di questa lunga storia le ho vissute.

Più di quaranta anni fa cominciai a chiedermi che cosa fosse la massoneria, quali fossero i rapporti di questo ordine iniziatico con la chiesa cattolica. Nel 1982, a settembre, cominciai a vivere dall’interno il mondo liberomuratorio, quel pianeta fatto di persone, di storie, di gioie e di dolori, guardato con sospetto e talvolta con timore dalle gerarchie ecclesiastiche. Il rapporto tra la massoneria e la chiesa cattolica ha appassionato molti storici e riveste una grande attualità per le ricorrenti discussioni sul tema della laicità dello Stato.

Le frequenti esternazioni delle gerarchie ecclesiastiche su argomenti che riguardano la vita civile italiana suscitano anche oggi reazioni forti da parte di politici e studiosi di area laica. Andando con lo sguardo al passato, abbiamo scritto appunti sulle relazioni tra il Vaticano e la Massoneria, partendo dalla bolla di scomunica di Clemente XII nel 1738 fino ad arrivare all’attualità con le prese di posizione della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e infine le dichiarazioni e gli atteggiamenti di papa Bergoglio. E poi gli scontri sull’insegnamento della religione nelle scuole, la partecipazione al voto referendario sulla procreazione assistita, gli attacchi di alcuni vescovi che hanno accomunato la Massoneria alle associazioni malavitose ma anche l’apertura di alcuni vescovi che hanno partecipato a iniziative pubbliche e il rispettoso articolo del cardinale Gianfranco Ravasi sul variegato mondo liberomuratorio. Appunti sugli ultimi anni di questa storia plurisecolare ho avuto il privilegio di scriverli da un osservatorio molto particolare, quello di Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

martedì 14 maggio 2019

Epìgrafi Ermetiche nella dimora dei Marchesi Caracciolo di Cervinara


Itinerari Latomistici, torna nuovamente in Campania a Cervinara, per scoprire un interessantissimo Palazzo Marchesale dimora dei Caracciolo, una delle più blasonate famiglie d’Italia[1], che diede natali ad illustri personaggi nel mondo del clero ed a valorosi uomini d'arme. Annovera fra i suoi discendenti un santo San Francesco Caracciolo fondatore dell'ordine dei Chierici Regolari Minori (Caracciolini) [2] e lo storico Ammiraglio e Fratello Massone[3] Francesco Caracciolo Duca di Brienza e Patrizio Napoletano[4], fra i protagonisti di spicco della repubblica partenopea[5] oltre a numerosi maggiorenti nel Regno di Napoli[6].
In questa inconsueta e pregevole dimora storica vi abitarono gli esponenti del Casato dei Caracciolo tra il 1607 ed il 1806.
Il sito si tramanda fu chiamato Cervinara da un altare dedicato dai Romani a Cerere, dea delle messi, tracce documentate dell’insediamento risalgono ad una pergamena dell'837 nel quale veniva descritta la donazione del "castrum quod dicitur Cerbinaria in Caudetanis" al principe beneventano Sicardo da parte dei monaci di San Vincenzo al Volturno[7].
Il borgo, verosimilmente, sorse tra il IX e il X secolo d.C., in età longobarda, quando con probabilità le popolazioni si concentrarono, dalle campagne, intorno al borgo fortificato in località Castello.
Cervinara nella sua storia fu sotto il dominio di numerosi feudatari. Appartenne prima ad Isabella di Chauville e poi fu suddiviso in due parti, una ai de l’Etendart e l’altra ai de la Gonesse.  Passò quindi ai Carafa, ai d’Avalos, poi ne venne in possesso il magistrato spagnolo Berardino de Barrionuevo, che fu il primo marchese di Cervinara e nel 1607 ai Caracciolo che a seguire trasferirono per linea femminile le proprietà ai Conti del Balzo di Presenzano[8].
La parte principale dell’edificio gentilizio nell’odierna frazione Ferrari, fu edificata dagli esponenti della nobile famiglia d’Avalos d'Aquino d'Aragona, beneficiaria nel 1532 del feudo come donazione da parte del Regio Demanio Spagnolo[9]. Nel 1562 principiarono i lavori di edificazione del maniero, la cui costruzione fu terminata solo nel 1581.[10] L’edificio venne acquistato nel 1607 dai Marchesi Caracciolo, a cui rimase in proprietà fino all’abolizione della feudalità nel 1806.
Fra il 1630 ed il 1650 il Marchese Don Francesco Caracciolo, volle completare il Palazzo, facendo erigere il maestoso portale di pietra recante affrescato sulla volta d'ingresso il Blasone della Famiglia. Fra gli interventi di maggior spicco ancora oggi conservati, fu la creazione di numerose epigrafi che recano lungo il prospetto della dimora storica numerose effigi Ermetiche, che richiamano un simbolismo molto noto alle Corporazioni di Mestiere ed agli studiosi di scienze tradizionali quali l’Alchimia. Tutti elementi presenti da secoli in Campania, con maggiore concentrazione nella città di Napoli che ha rappresentato il crocevia dell’Iniziazioni Ermetiche mediterranee. Questa terra, che sin dalla sua fondazione è strettamente legata a numerose forme di esoterismo dettate da apporti sapienziali, ermetici e docetici, che giungevano dall'antico Egitto[11], passando per la Pitagorica Schola Italica[12] e corroborati dall'apporto cabalistico, trasmesso nel tempo da comunità di ebrei presenti nell'area del golfo[13].
Napoli fu anche l’Atanor, dove si generò la forma più importante e strutturata della Massoneria nel Regno Borbonico. Prese forma e crebbe il sistema degli Alti Gradi, che a seguire generò nel pensiero di Don Raimondo Di Sangro Principe di San Severo un profondo cambiamento nel mondo dell’Esoterismo nel Regno[14].
Il Marchese Caracciolo utilizzò un linguaggio fortemente simbolico, ben noto nella cerchia di Ermetisti presente da secoli in quel territorio.

Troviamo riprodotti sulla facciata ben 26 Simboli, che spaziano dalla Tradizione delle Corporazioni di Liberi Muratori medievali (Archipendolo, Compasso), alla Croce Patente che richiama fortemente alla memoria la Tradizione Templare, passando per simboli Alchemici e Solari legati al “Libro della Vita”.

In questo Rosone in verità pur essendo composto da 18 raggi, va contemplato l’elemento centrale che determina il 19, numero Aureo presente anche anticamente nella Liturgia Tridentina[15]. 
Viene spontaneo chiedersi il perché di quest’opera, sicuramente voluta e giammai casuale, che palesava simboli, notoriamente rivolti ad una cerchia ristretta.
Ci piace pensare, prendendo spunto da recenti studi ed approfondimenti, che il Marchese che apparteneva ad una delle più fiorenti casate del Regno, frequentasse come era in voga fra alcuni esponenti illuminati dell’Aristocrazia, la Napoli ermetica che in quel periodo era influenzata da numerosi fermenti Rosacruciani[16]. Figure autorevoli dei Cenacoli Alchemici, frequentarono la Capitale del Regno portando i frutti delle loro ricerche. Fra questi il Marchese Francesco Maria Santinelli di Pesaro conosciuto negli ambienti Ermetici con lo jeronimo di Frà Marcantonio Crassellame Chinese,[17] mecenate e fondatore dell'Accademia de' Disinvolti[18], il quale apparteneva all’importante Cenacolo Alchemico di Cristina di Svezia.[19]
Potremmo supporre con dati plausibili ma non documentabili, che il Marchese Caracciolo, trasformò il suo maniero in “Libro di Pietra”,  per poter accogliere i simposi di esponenti di spicco di questo filone di Studi Tradizionali, trasformandolo probabilmente in Cenacolo Ermetico, così come negli anni a seguire divennero storici palazzi dell’Aristocrazia del Regno di Napoli, quali quello di don Raimondo di Sangro Principe di San Severo[20] o di Don Gennaro Maria Carafa Cantelmo Stuart, Principe della Rocella.[21]
Questo potrebbe dare una chiave di lettura al ritratto che campeggia nella Sala della Giustizia, ove il Marchese Caracciolo si fece ritrarre con un bastone, che secondo un recente studio di un ricercatore irpino, rappresenterebbe l’Asta del Maestro delle Cerimonie[22], quindi lascerebbe intendere che il padrone di casa svolgesse forse una figura mecenatica o di ispiratore di un Cenacolo Ermetico.

Probabilmente la Sala della Giustizia, potrebbe essere stata adibita a queste particolari riunioni, poiché presenta delle caratteristiche che sovente caratterizzano alcuni Templi e non solo quelli Massonici.
L’ingresso ad Occidente lascia l’Oriente frontale, questo potrebbe essere un dato interessante, che va a sommarsi agli affreschi presenti i quali riproducono i Canti della Gerusalemme Liberata, che trae ispirazione anche dall’opera riprodotta dal pittore fiorentino Antonio Tempesta, detto il Tempestino, che operò nei primi anni del 1600[23].
I disegni riprendono manieristicamente l’opera del pittore toscano, tanto da lasciar pensare ad un’opera di scuola Tempestiniana. Difficilmente però il maestro avrebbe potuto affrescare il Salone, poiché la data di inizio dei Lavori del palazzo, coincide con la data del decesso del pittore.[24]  Recenti studi, hanno fatto emergere dei dettagli inusitati in altri contesti, poiché da una attenta analisi, si evince la presenza in alcune figurazioni di elementi prettamente Ermetici.
Nell’affresco che ritrae il Canto IV della Gerusalemme Liberata ove il Tasso fa riferimento a personaggi quali Idraòte (re di Damasco) – Armida (nipote di Idraote) – Eustazio (fratello di Goffredo) – Goffredo ed alcuni cavalieri cristiani, sono presenti sul calepino di un personaggio ritratto col mantello vari simboli di origine Ermetica.
Né il Tasso nel suo scritto, né il Tempestino nelle sue pitture, fanno riferimento a questi pittogrammi. Pare pertanto evidente che fu il Marchese Caracciolo nel commissionare l’opera a questo pittore ad oggi ancora sconosciuto, a chiedere espressamente che fossero riportati questi Simboli, fra i quali possiamo scorgere una lettera G, un Compasso, un Ottagono, tutte figure sicuramente onuste di simbolismi esoterici profondi.
La presenza presso il Palazzo di questi riferimenti sia litici che pittorici, aggiunti su espressa volontà del Marchese Caracciolo, farebbero emergere una determinazione netta e specifica tesa a rendere un maniero che nella sua origine voluta dai d’Avalos, aveva un impianto di natura militare,  in una realtà ben diversa ed inconfutabilmente dichiarata, che indicava in maniera evidente ai più una attenzione verso certi Saperi, verso certi studi che lasciano presagire frequentazioni con esponenti di ambienti Ermetici.
Ad avvalorare questa ipotesi di Lavoro, è l’area geografica di riferimento, che vide nel Regno di Napoli il fulcro di un particolare filone legato prevalentemente all’Alchimia.
Molti aristocratici appartenenti alle più importanti Casate del Regno ebbero rapporti con importanti Cenacoli Ermetici prima e con la nascente Massoneria a seguire.
A Napoli infatti il 22 maggio del 1728, fu fondata la prima Loggia Massonica Regolare in Italia, con il Titolo distintivo “Perfetta Unione”  con bolla di Fondazione emanata della Gran Loggia d’Inghilterra[25], annoverando nel piedilista i nomi più illustri del Regno di Napoli[26] dalla quale il 10 dicembre del 1747, il Principe di San Severo creò un "Cerchio Interno", dando vita al Rito Egizio Tradizionale[27], la più antica Obbedienza Massonica italiana, attiva ancora nei Nostri giorni per ininterrotto Tramando Iniziatico.[28] I Fratelli cooptati su questo Cammino nell'Arte Regia, furono selezionandoli fra Massoni Aristocratici ed appartenenti ai ranghi più elevati della gerarchia militare, unitamente ad esponenti all'alta Nobiltà legata alla corte, che già operavano con gli Alti Gradi Scozzesi. Questo nascente "Cenacolo Iniziatico", che univa i migliori Ermetisti del Regno, era destinato esclusivamente a quanti avessero significative nozioni Ermetiche, volto a praticare una strutturata forma di Massoneria fortemente Operativa, la quale arricchita di un celato simbolismo e colma di molteplici aspetti Rituali vicini al mito Osirideo, generò il primo nucleo Iniziatico della nascente Massoneria Egizia. Annoverava figure di spicco quali il primogenito del Principe Don Vincenzo di Sangro[29], il Barone di Tschudy, Don Paolo d'Aquino Principe di Palena ed altri Illustri Fratelli quale il Principe di Tricase, il Duca di Capodichino, il Principe Michelangelo Caetani, Giovanni Maria Guevara 7° Duca di Bovino ed il già citato Don Gennaro Maria Carafa Cantelmo Stuart, Principe della Rocella[30]. Tutto questo attesta con evidenza il legame forte fra Aristocrazia ed Arte Regia, fra il Regno di Napoli e l’ermetismo, fra la Campania e l’Alchimia. Questa riflessione, corrobora l’ipotesi che il Palazzo marchesale di Cervinara fu fortemente voluto da Don Francesco Caracciolo, quale “Libro di Pietra” e Tempio, ove raccogliere il suo Cenacolo Ermetico.

INDIRIZZO
Piazza Regina Elena, 1
83012 Cervinara (AV)
TELEFONO
06.904.94.10



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[1] Il nome di questa famiglia appare menzionato per la prima volta in una pergamena del capitolo e precisamente con la data del 1229- Enciclopedia Treccani  http://www.treccani.it/enciclopedia/caracciolo
[2] È stato proclamato santo da papa Pio VII nel 1807. R. Raffaele Aurini, Dizionario bibliografico della gente d'Abruzzo, Colledara, Andromeda editrice, 2002, vol. III (2002), pp. 329-332.
[3]Di Ruggiero Di Castiglione La Massoneria nelle Due Sicilie: E i fratelli meridionali del '700, Volume 1, pag. 157
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Caracciolo_(ammiraglio) http://www.famiglienobilinapolitane.it/Genealogie/Caracciolo%20di%20Brienza.htm
[5] B. Croce, Il Nelson e la capitolazione, in Idem, La Rivoluzione napoletana del 1799. Biografie, racconti, ricerche, Laterza, Bari 1926 (IV ed.), pp. 266-267.
[6] Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia (6 volumi), Arnaldo Forni Editore, Bologna, 1875.
[7] http://www.ansa.it/viaggiart/it/city-2002-cervinara.html
[8] La Marchesa Laura Caracciolo di Sant’Eramo (che fra i Titoli nobiliari annovera anche quello di Marchesa di Cervinara) sposa il Conte del Balzo di Presenzano e riceve in dote il Palazzo di Cervinara.
[9] Flavia Luise L’Archivio privato d’Avalos – Napoli Clio Press, 2012 - 484 p. ISBN 978-88-88904-14-6
[10] Flavia Luise  (Op. Cit.)
[11] N. Malaise, Les conditions de penetration e de diffusion des cultes egiptiennes en Italie, EPRO n.22, Leida 1972
[12] Tradizione delle scuole Pitagoriche, che continuarono a vivere ininterrottamente fin dai tempi della Magna Grecia. Giuseppe Origlia Paolino, Storia dello studio del Regno di Napoli – Napoli 1753 Vol. I pag. 15-16
[13] Moshe Idel, Kabbalah in Italy, 1280-1510. A Survery Published by: Yale Univerity Press – Copyright Date 2011, Pages 288
[14] Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Origini del Rito Egizio Tradizionale" - Quaderni di Loggia - Napoli 2016 ISBN 9788894296488
[15] Missale Romano Monasticum ex decreto sacrosanti concilii tridentini restitutum Sumptibus, Chartis et Typis Friderici Pustet  MDCCCXCI.
[16] Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Origini del Rito Egizio Tradizionale" - Quaderni Egizi di Loggia - Ed. Riservata Napoli 2016 ISBN 9788894296488
[17] Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911- Ristampa a cura di Domenico Vittorio Ripa Montesano, ISBN 9788894296419
[18] Oskar Garstein, Rome and the Counter-Reformation in Scandinavia: the age of Gustavus, pag. 755, BRILL, 1964.
[19] Cristina di Svezia e il suo Cenacolo Alchemico Di Anna Maria Partini pag. 120 Edizioni Mediterranea 2010
[20] Domenico Vittorio Ripa Montesano, "Raimondo di Sangro Principe di San Severo primo Gran Maestro del Rito Egizio Tradizionale" Ed. Riservata Napoli 2011 ISBN 9788894296402
[21] Lettere di Bernardo Tanucci a Carlo III di Borbone (1759-1776) - Regesti a cura di R. Mincuzzi - Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1969, pp. 59 ss.
[22] Marco Di Donato “Il Tempio dei Caracciolo, ostentazione o crocevia? ”ed. Il Papavero 2015 EAN: 9788898987184
[23]   Marco Di Donato “Op. Cit.”
[24] Morì a Roma, 5 agosto 1630. Trasferitosi a Roma nel 1573, lavorò per Papa Gregorio XIII affrescando alcune mappe della Sala delle carte geografiche in Vaticano, tra le quali la famosa Mappa di Roma (1593). Nella capitale pontificia lavorò per molte nobili famiglie e per importanti cardinali come Alessandro Farnese e Scipione Borghese. Sono presenti sue opere a San Giovanni dei Fiorentini, alla villa di Caprarola, a Tivoli. Ernst Gombrich, Dizionario della Pittura e dei Pittori, Torino, Einaudi Editore, 1997.
[25] Al musicista Francesco Xaverio Geminiani primo italiano ad aderire ad una Loggia Massonica speculativa, che già aveva vissuto e svolto la sua attività artistica a Napoli, fu affidata dal Gran Maestro della Premier Grand Lodge Lord Henry Hare terzo Barone di Coleraine (1693-1749), unitamente al Fratello George Olivaros la Deputation, per costituire nella Capitale del Regno di Napoli una Loggia Massonica Regolare. Il documento fu siglato d'Ordine del Gran Maestro ad opera del Segretario della Grand Lodge of England Fratello William Reid l'11 Maggio 1728 e conferito ai due Fratelli Italiani il 22 Maggio 1728, data ufficiale della Nascita della Loggia Perfetta Unione - Ruggero di Castiglione La Massoneria delle Due Sicilie "I Fratelli Meridionali del '700, Gangemi Editore- Roma pag.15-16
[26] Archivio Segreto Vaticano - Nunziatura di Napoli - Nunzio di Napoli Don Gualtiero de Gualtieri - Volume 235, fogli 3-5 Indirizzati al Segretario di Stato, Sua Eminenza Don Silvio Gonzaga Valenti in data 3 Agosto 1751
[27] Vedasi Enciclopedia TRECCANI, Voce: Massoneria, Sub: Cenni Storici al 2° capoverso è la più antica Obbedienza Massonica Italiana fondata nel 1747 da Don Raimondo di Sangro Principe di San Severo Enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/massoneria/
[28] http://www.ritoegiziotradizionale.it/  Sito Ufficiale del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli®
[29] https://it.wikipedia.org/wiki/Rito_Egizio_Tradizionale
[30] Archivi Storici del Rito Egizio Tradizionale Sovrano Gran Santuario di Heliopolis sedente in Napoli-Edizione Riservata Napoli 1911- Ristampa a cura di Domenico Vittorio Ripa Montesano, ISBN 9788894296419

Fonte: Gran Loggia Phoenix

venerdì 10 maggio 2019

IL SATOR SPECULARE - Una memoria Templare od un quesito irrisolto?


Questa volta Itinerari Latomistici si sposta in Molise in provincia di Campobasso, ed esattamente ad Acquaviva Collecroce,  un piccolo paese dell'entroterra, ubicato in una area delimitata dai fiumi Biferno e Trigno appartenente alla Comunità Montana Monte Mauro. Non vi sono molte tracce storiche sull’origine di questo borgo, ma un importante ritrovamento di reperti di età romana, tra cui un'epigrafe sepolcrale, ci testimoniano  una presenza antica su questo territorio. Sono invece maggiormente  attestate le frequentazioni del sito in epoca medioevale.
Fonti storiche,[1] ci tramandano che Acquaviva già nel 1093 era annoverata tra i feudi del Conte Odorisio di Sangro membro fondatore dell’Illustre Casata alla quale appartenne Don Raimondo di Sangro Principe di San Severo e Duca di Sangro[2]. La località viene inoltre menzionata in una Bolla Pontificia di Papa Bonifacio VIII (al secolo Benedetto Caetani) del 22 Settembre 1297[3], ove è confermato il conferimento papale del cenobio di Sant’Angelo in Palazzo, devoluto all'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme (l’Ordine Gerosolimitano,  che in seguito diverrà di Malta). La cospicua presenza di popolazioni slave è ampiamente testimoniata sin dal XVI secolo. Esse giunsero in Italia contemporaneamente alle comunità Albanesi, tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVI secolo, provenienti probabilmente dalla Valle del fiume Narenta[4], nell'attuale Croazia e Bosnia ed Erzegovina[5]. Lo  štokava-ikava,  il croato molisano è l’antica lingua, ed è tuttora parlata da alcuni residenti, unitamente all'italiano.
 Nel XVI secolo le popolazioni croate diedero nuovamente vigoria al borgo, il cui centro di Collecroce era stato da tempo abbandonato. Il centro prese il nome di "Sant'Angelo in Palazzo" ed il governo del territorio appartenne all'Ordine di Malta fino al 1785. Nel 1809 il territorio fu assoggettato al Contado di Salerno, ed a seguire nel Distretto di Larino.
Una importanza significativa ha la Chiesa di Santa Maria Ester, nella quale è custodito un medievale quadrato del Sator, rinvenuto nella pieve. Molto raro per la sua impostazione speculare, forse fu riportato nel borgo in età Medioevale dal vecchio monastero di Sant'Angelo, oggi interamente distrutto.
La chiesa unica nel paese, fu rifondata nel 1715 sulla vecchia struttura preesistente[6] con i fondi devoluti dall’Ordine dei Cavalieri di Malta, come si può evincere dall’Emblema Araldico presente sull’imponente  portale in pietra.


L’opera di edificazione, fu realizzata da maestranze locali come attesta un'epigrafe coeva, che recita:
D.O.M. AEDEM HANC PENE LABENTEM RUINAEOUE PROXIMAM POPULARIUM PIETAS A FUNDÀMENTIS A.D. MDCCXV
"L'affetto dei popolani ricostruì dalle fondamenta questa Chiesa, quasi cadente e prossima a rovina, nell'anno 1715".
La novella costruzione in pieno stile barocco ha fatto nascere numerose leggende, principalmente per quanto riguarda le particolari iscrizioni latine rimaste nel succorpo in prossimità dell’abside. La chiesa di Santa Maria Ester fu edificata nell’esatto centro del borgo  che si sviluppò intorno alla struttura religiosa. A seguire prese il nome di Acquaviva, in virtù delle abbondanti sorgenti d'acqua pura tuttora sussistenti, che approvvigionano ancora le numerose fontane del paese. La peculiarità di questo edificio sacro, è che presenta due facciate speculari,  uguali come forma e simmetriche.

Nella facciata principale rivolta verso il borgo vecchio, si palesa un imponente portale Barocco arricchito con fregi ornamentali simmetrici in pietra sormontato nella parte alta da un finestrone cieco.
 La seconda facciata rivolta verso la piazza, non presenta ingressi od aperture, ed è adornata da un finestrone nella parte superiore e due piccole finestre poste ai lati, che riporta in alto ben visibile, la croce dei Cavalieri di Malta.
 Entrambe le facciate sono tripartite con elementi architettonici, quali le tre paraste in pietra che corrispondono alle navate interne. Nell'interno la navata centrale presenta il maestoso e predominante Altare Maggiore, anch’esso di stile barocco realizzato nel 1780 interamente in marmo posto su tre gradini, con i Simboli ermetici della palma del martirio e del giglio della purezza.
Altri interessanti elementi ornano questa chiesa, il paliotto del Cristo risorto, la nicchia finemente decorata per l'esposizione del SS. Sacramento, sormonta il tabernacolo. Dietro l'altare Maggiore vi è l'antico coro ligneo che veniva utilizzato dai canonici durante le celebrazioni rituali. L’elemento però, che maggiormente ha catalizzato la nostra attenzione, è la presenza all’interno della struttura di due manufatti litici, che riportano il famoso quadrato magico conosciuto come SATOR.
 
Fino a non molto tempo addietro l’epigrafi erano collocate sui muri esterni della chiesa unitamente ad alcune vestigia antiche.
Il quadrato del Sator è ricorrente nei ritrovamenti anche archeologici. Rappresenta una iscrizione latina, in forma di quadrato magico, composta dalle cinque seguenti parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS.
La loro peculiarità risiede nella giustapposizione, che seguendo l'ordine indicato, dà luogo ad un palindromo, che consente di leggere la frase da sinistra a destra o viceversa, rimanendo identica.

Di testimonianze analoghe ve ne sono molte e non solo in Italia (come abbiamo documentato sul nostro articolo di Itinerari Latomistici relativo al Duomo di Siena del 22.2.218 ove abbiamo anche parlato della valenza del palindromo).
Ne sono stati rinvenuti esempi nei sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, nelle rovine romane di Cirencester (l'antica Corinium) in Inghilterra, nelle rovine della fortezza romana di Aquincum in Ungheria, a Santiago di Compostela in Spagna, a Oppède in Vaucluse, a Puy-en-Velay, nella corte della Cappella di Saint-Claire, nella Certosa di Trisulti a Collepardo (FR), nel castello di Rochemaure (Rhône-Alpes),  a Riva San Vitale in Svizzera, solo per citarne alcune fra le più note.
La particolarità che rende quasi unico questo ritrovamento è legata al suo aspetto Speculare.
L'epigrafe del SATOR di Acquaviva appare nella sua forma inversa, ossia le cinque parole sono scolpite ad iniziare da ROTAS poi OPERA, TENET, AREPO  e SATOR.
Pertanto rispetto alla formula solita  SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS la composizione è assolutamente inversa.
Non essendo un sito particolarmente noto, ad oggi non è stato oggetto di studi importanti od approfonditi, quindi rimane ancora un incognita sul perché di questa singolarità.
Qualcuno a cercato di far risalire l’origine di queste Epigrafi ad antichi possedimenti Templari in Sant’Angelo in Palazzo, devoluti all'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme con Bolla Papale[7]. Un atto così perentorio, lascia trasparire una confisca di beni poi devoluti, aspetto che caratterizzò in un determinato periodo storico i possedimenti templari, che come ampiamente dimostrato passarono proprio all’Ordine Gerosolimitano, che a seguire divenne di Malta. A supportare questa tesi, è che atti analoghi furono inferti  in larga parte della cristianità a danno dei Templari. Lo specifico periodo storico, in quanto siamo nel 1297, non è però storicamente corretto poiché non siamo ancora in una fase di persecuzione Templare. Volendo essere precisi Il 14 settembre 1307 il re di Francia Filippo IV detto il Bello, inviò messaggi sigillati a ceralacca recanti le sue insegne a tutti i suoi balivi, siniscalchi e comandanti militari del Regno, ordinando l'arresto dei Templari e la confisca dei loro beni, che vennero eseguite contestualmente il venerdì 13 ottobre 1307. L’atto com’è noto  riuscì, in quanto fu astutamente avviata in contemporanea contro tutte le sedi templari di Francia.  I Cavalieri, convocati con la scusa di accertamenti fiscali, vennero tutti arrestati. Ma ciò avveniva sotto il papato di Clemente V, che salì al Soglio Pontificio nel 1305, quindi questo atto descritto, avvenne precedentemente.
Pertanto questa teoria vacilla, anche perché oltre alla presenza del SATOR (che comunque è presente anche in numerose vestigia romane), non vi sono prove concrete di questa presenza templare.
Viene pertanto spontaneo chiedersi perché queste Epigrafi siano speculari ?
Secondo quesito che viene naturale porsi è: perché rispetto alla maggior parte degli altri analoghi manufatti ritrovati, l’epigrafi del SATOR (che è probabile che provengano proprio da Sant’Angelo in Palazzo), appaiono grossolane con un fregio che richiama alle forme di pesci ed il disegno a lato del quadrato magico è realizzato in maniera molto approssimativa.
In risposta a questo quesito alcuni studiosi anche locali sostengono una teoria plausibile, ma assolutamente priva di riscontri storici la quale vuole che:  “l'epigrafe del SATOR provenga proprio da Sant’Angelo in Palazzo e fosse stata utilizzata dai Templari quale insegna indicante che in quel luogo si svolgeva un'attività particolare, l'archiviazione di importanti documenti oppure qualcosa di più prosaico, forse la custodia di parte delle ingenti fortune dell'Ordine. Quindi un simbolo puramente indicativo, un segnale attestante ai viandanti “informati” che in quel luogo era possibile reperire o depositare contanti. Oggi la chiameremmo “banca” [8].
Secondo questa tesi, gli epigrammi potevano indicare che l'attività svolta dai Templari in quel luogo, non fosse pertanto quella di depositare denaro ma di prestarlo, la funzione inversa, che giustificherebbe l’incisione speculare del SATOR.
Il prestare denari, semmai con tassi elevati, non era certamente un’attività ben vista dalla Chiesa di Roma.   E’ probabile pertanto che, una volta ceduto il possedimento di Sant'Angelo in Palazzo all'Ordine di Malta, i Gerosolimitani abbiano voluto abbandonare la struttura e quindi cancellare qualsiasi ricordo connesso a questa attività.
In verità la traccia a noi non appare forte, anche perché assolutamente priva di riferimenti documentati e documentabili.
Un’altra tesi riportata da un Fratello di origini molisane, sostiene che come si tramanda in loco, che la chiesa fu realizzata con due facciate speculari in omaggio alle due Epigrafi anch’esse speculari, ma non abbiamo fonti indubbie per attestarlo.
L’unico dato inequivocabile, è che ad oggi non vi sono risposte che ci diano soluzioni storicamente accertabili.
Un’analisi del palindromo speculare, ci porta ad una sola riflessione certa, che qualunque sia la chiave di lettura tanto lineare, che anfibologa , che bustrofedica pur sempre disponendo le parole sulla matrice quadrata, si ottiene una struttura che ricorda ugualmente  quella dei quadrati magici di tipo numerico. Le cinque parole, benché speculari, si ripetono se vengono lette da sinistra a destra e da destra a sinistra, oppure dall'alto al basso o dal basso in alto. Rimane pertanto immutato, al centro del quadrato, la parola TENET, che analogamente forma una croce palindromica divenendo ugualmente l’asse del SATOR.
Questo indurrebbe ad una lettura Sferica del Simbolo[9], che però richiede l’uso di strumenti meno comuni.


Indirizzo: Chiesa di Santa Maria Ester ad Acquaviva Collecroce
Piazza Nicola Neri
86030 Acquaviva Collecroce (CB)




[1] CIARLANTI V.G. – Memorie historiche del Sannio – Isernia 1644
[2] Filiberto Campanile, L'historia dell'illvstrissima famiglia Di Sangro, Napoli, 1625.
[3] Les registres de Bonifacio VIII, a cura di G. Digard, M. Faucon, A. Thomas, R. Fawtier, Paris 1884-1935 (vedi anche la recensione di B. Hauréau, in Journal des Savants [1891], pp. 236-243, 301-307)
[4] La Narenta (in bosniaco Neretva) è un fiume della Bosnia ed Erzegovina e della Croazia, ha una lunghezza complessiva di 225 km, 203 dei quali sono in Erzegovina mentre i 22 km finali attraversano la regione raguseo-narentana in Dalmazia.
[5] Rešetar Milan, La colonie serbo-croate nell'Italia meridionale, 1911 (trad. italiana 1997)
[6] sempre di proprietà dell'Ordine di Malta, che all'epoca della ristrutturazione, si presentava troppo malmessa ed in precarie condizioni statiche per essere ristrutturata.
[7]   Les registres de Bonifacio VIII, a cura di G. Digard, M. Faucon, A. Thomas, R. Fawtier, Paris 1884-1935
[8] Di Paola D’Ortona C. - Sulle tracce dei Templari. I Cavalieri del Tempio dalla Terrasanta al Molise – Musagete ISBN-10: 8884600243ISBN-13
[9] Domenico Vittorio Ripa Montesano RITUALE IN GRADO DI MAESTRO MURATORE della Gran Loggia Phoenix degli Antichi Liberi Accettati Muratori – Roma 2010  Edizioni Gran Loggia Phoenix  ISBN 978-88-905059-3-5

FONTE: Gran Loggia Phoenix

giovedì 21 marzo 2019

Itinerari Latomistici: Palazzo Falconieri ed il mistero borrominiano

 Nella Città Eterna in Via Giulia nel cuore di Roma, all’interno di Palazzo Falconieri come uno scrigno, custodisce l’affascinante opera del Borromini, che cela al suo interno importanti simboli ermetici. 
Papa Giulio II nel primo decennio del 1500 volle far edificare su progetto dal Bramante il primo rettilineo della Roma moderna, che di fatti prese il nome di Via Giulia. 
Arteria destinata a divenire una strada di rappresentanza, ove si allinearono i “blasoni” più importanti dell’epoca, elevando la via ad un ruolo importante per la politica e le pubbliche relazioni, anello di congiunzione fra le attività commerciali ed il foro giudiziario. La zona era già divenuta di forte importanza, ma sotto il pontificato di Leone X dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che aveva portato presso la sua corte pontificia numerosi esponenti dell’alta aristocrazia fiorentina, Via Giulia divenne ancor più prestigiosa, poiché abitata principalmente da ricche famiglie fiorentine[1], come i Falconieri, una eminente famiglia di banchieri che, oltre ad avere il privilegio della riscossione delle gabelle a Roma, percepiva ingenti somme di denaro dal proficuo commercio del sale. 
Il palazzo, oggi è sede dell’Accademia d’Ungheria[2], fondata nel 1927 con l’appoggio personale dell’allora primo ministro Benito Mussolini[3]. 
Sorge sui resti di un antico porto fluviale posto sulla riva sinistra del Tevere, i cui ruderi si possono scorgere nel sotterraneo dell’edificio, che ancora oggi parzialmente li conserva[4]. 
Il Palazzo, fu dapprima proprietà della famiglia Ceci, poi dal 1574 dei Principi Odescalchi, passò ad altre nobili dinastie e dal 1606 fu dei Duchi Farnese, come testimoniano i blasoni delle illustri Casate[5]. 

Nel 1638 Orazio Falconieri[6], della nobile famiglia fiorentina di banchieri, per accrescere il suo prestigio sociale in Roma, acquisì questo Palazzo, che come altri rilevanti edifici di via Giulia progettati a grandi linee dal Bramante, erano di proprietà dei Farnese i quali nel loro disegno politico ed architettonico avrebbero voluto edificare una sorta di cittadella che comprendesse il maestoso Palazzo Farnese, questo palazzo ed altri fondaci che si sarebbero dovuti collegare con la Farnesina al di là del Tevere. 
La ricca Casata dei Falconieri ben presto, con l’ausilio dei cospicui proventi derivanti dai loro offici e dal commercio riuscirono ad inserirsi nell’alta società capitolina, eleggendo dimora in questo prestigioso Palazzo che acquistarono direttamente dai possedimenti dei Duchi Farnese. 
Orazio Falconieri, ritenendo questa dimora non ancora confacente ai fastigi che ricercava per la propria casata, decise di acquistare anche dei terreni adiacenti e determinò di ristrutturare significativamente l’immobile ed ampliare il Palazzo affidandone i lavori al genio di Francesco Borromini, insigne architetto che vi lavorò dal 1646 al 1649. La scelta ricadde sul grande architetto Borromini non solo perché era uno dei maggiori artisti dell’epoca, non solo per la sua fama e la plastica preferenza per i ritmi impostati sulla curva, il gusto del piccolo contrapposto al grande e la meticolosa cura dei dettagli, ma anche perché Falconieri era legato a lui da un vincolo di amicizia e da una comune passione per l’esoterismo e la simbologia ermetica, molto condivisa in alcuni circoli culturali dell’epoca[7]. Solo di recente, è stato approfondito lo studio dei suoi messaggi simbolici. La figura del Borromini era molto singolare essendo un personaggio non comune. Dal carattere molto introverso e sovente immerso nell’elaborazione strutturata delle sue creazioni artistiche, o nel profondo studio dei suoi libri, non era portato a provare alcun interesse per il denaro e rifuggiva dal fasto anche nella selezione dei materiali per le sue opere. Molto schivo di indole, lontano dai contatti umani superficiali, per la sua caratterialità, non godeva certo dello stesso successo del suo grande rivale Bernini meglio inserito nei contesti mondani, il quale era perfettamente a suo agio nell’atmosfera fastosa della Corte pontificia e poteva beneficiare quindi di grandi riconoscimenti e di cospicui compensi. Come fa notare Leros Pittoni nel suo libro Francesco Borromini - L’iniziato[8], il nostro artista apparentemente tace: “Non dialoga in ricchi giochi di parole, non ha la rumorosità vibrante di accesi colori. Sembra muto… Il silenzio è nudità, ascetismo, dovuto alla povera materia che adopera nel costruire. Un solo colore. Il bianco. Un colore solo, una sola sottile di vibrazione. E simboli. Tanti, a volte anche da scoprire.” Il suo silenzio è in realtà ricco di significati: egli era infatti un “iniziato”. Apparteneva alla cooperazione dei Muratori, da queste corporazioni a seguire trarrà origine la Massoneria. La corporazione, di stretta osservanza cristiana, aveva la sua sede nella Basilica dei Quattro Coronati [9]al Celio. La sua regola era: 

“Esporre segretamente e dimostrare silenziosamente”.

Per questi articolati motivi troviamo nell’opera borrominiana una complessa simbologia ermetica che si corrobora con la sua genialità di architetto. Ciò che ai suoi biografi contemporanei apparivano delle stranezze, trovano spiegazione nelle sue profonde conoscenze esoteriche. Messaggi fortemente Simbolici sono racchiusi nelle stelle, nei quadrati, nei cerchi, nei triangoli, come pure nelle croci, nelle palme, e in tutti gli elementi che abbondano nelle sue decorazioni di grande impatto emotivo.
Come tratteggiano le cronache del tempo, fu poco amato dai suoi allievi e fu verosimilmente vittima di un evidente conflitto interiore, che lo vedeva tratto da una fortissima religiosità ed una pari attrazione verso l’esoterismo e la simbologia ermetica. Scalpellino dall’infanzia[10], membro attivo dell’Università dei Marmorari, la figura del Borromini resta ancora oggi un arcano, intorno al quale si danno le interpretazioni più disparate, maggiormente sulla simbologia nascosta nei suoi capolavori.

Falconieri diede incarico al Borromini di ampliarle il Palazzo per celebrare il proprio casato. Il committente richiese al suo amico ed architetto, che ai lati della facciata su via Giulia fossero realizzate due grandi erme[11] barocche con busti femminei e teste di falco, che richiamassero il Blasone della Famiglia.[12] Poste come lesene o cariatidi, si tramanda siano opera almeno in parte dello stesso Borromini.

L’architetto dovette sin da subito confrontarsi con le ambiziose aspettative dell’amico committente, operando il suo progetto attraverso un’attenta esecuzione. Oltre che all’aspetto architettonico, il Palazzo fu ampliato negli spazi e portato dalle originali otto campate ad undici.
Fu personale cura dell’artista provvedere alla decorazione del piano nobile, rivelando così un’anima profondamente artistica, quasi pittorica dai numerosi elementi Ermetici.
Abbellì le sontuose volte con ornamenti a stucco caratterizzate da raffigurazioni simboliche complesse. Il Borromini realizzò quattro stanze dette degli stucchi che si differenziano per i colori Rosso, Azzurro e Verde, mostrando una varietà di elementi affascinanti e suggestivi. Con questi soffitti sapientemente trattati a stucco policromo e dorato, l’architetto realizzò una maniera decorativa tra le più sorprendenti del barocco romano. 
Così nel Salone Rosso si trova il motivo simbolico del mondo come nesso spirito-materia, raffigurato con tre cerchi d’oro che rappresentano lo spirito, la materia e l’anima, con il sole raggiante nel punto centrale d’intersezione.

Nella stanza Azzurra, l’artista ha rappresentato l’Universo con numerosi simboli Ermetici come l’Occhio Veggente da sempre presente nella Libera Muratoria, l’Ouroboro, il serpente che si morde la coda, che è emblema della ciclicità del tempo, (Lo stesso Borromini a proposito scriverà «La serpe disposta in circolo nell’atto di mangiarsi la coda indica la perennità dell’Universale Sostanza. Così l’avevo dipinta al centro di una cornice ovale, insieme al Globo terrestre, lo Scettro e all’Occhio-che-tutto-vede». L’Axis Mundi (che rappresenta il Chiodo di magnete) ed il Globo Terrestre presente sin dai primordi anche nei Templi Massonici sulla Colonna Boaz.

Altre immagini si basano prevalentemente su figure allegoriche che unendo elementi araldici dei Falconieri, aggiungono raffigurazioni botaniche, emblemi tratti da antichi testi cinquecenteschi, simboli ermetici e forme geometriche.
Nei pennacchi compaiono Squadre, Compassi, Cornucopie colme di Melograni e foglie di Acanto tutti elementi del simbolismo Latomistico.
Nelle ultime due stanze, quelle Verdi, assistiamo a una composizione più misurata, quasi classicheggiante, con foglie d’Acanto che in Massoneria unitamente ai Melograni sono presenti nella Colonna Jakin, Palme che nel simbolismo alchemico rappresentano il Mercurio ed altri elementi vegetali ugualmente simbolici, che formano una sorta di fregio continuo. Sul prospetto che affaccia sul lato del fiume Tevere è invece interessante la Loggia composta di tre arcate a tutto sesto, sovrastata dalla meravigliosa altana dalla quale i Falconieri ed i loro selezionati ospiti, miravano dall’alto i tetti di Roma.

La terrazza circondata da una transenna di balaustre è arricchita a sua volta dalla presenza delle teste di Giana-Giano, di suggestivo effetto simbolico.
Nel corso dei secoli il Casato dei Falconieri si unì con quello dei Princìpi Carpegna ed accrescendo le loro dimore residenziali, non necessitando dell’uso di questo palazzo, lo locarono ad esponenti di alte prelature papaline, per lo più a cardinali.
Dal 1815 al 1818 vi dimorò Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte, in quanto sorellastra del cardinale Fesch, allora residente nel palazzo. 
Alla fine dell’Ottocento, estintasi la famiglia Falconieri, il palazzo passò alla famiglia Medici del Vascello, infatti nel 1890 il palazzo fu venduto al generale Giacomo Medici, garibaldino e Fratello Massone,[13] strenuo difensore della Repubblica Romana a Porta San Pancrazio.

Il generale Medici offrì il Palazzo Falconieri a Luigi, suo nipote, che poi lo vendette all’ungherese Vilmos Fraknói, fondatore del primo istituto storico laico. Questi nel 1927 lo cedette a sua volta al governo ungherese che vi pose la sede dell’Accademia d’Ungheria[14].

_______________________________________________________

[1] Non è un caso che qui si trovi anche San Giovanni dei Fiorentini, la chiesa madre della Signoria a Roma. 
[2] Collegium Hungaricum 
[3] Il capo del governo dell'epoca, István Bethlen e Kuno Klebelsberg ministro d'istruzione e degli affari del culto, acquistarono il palazzo di particolare bellezza, perché volevano donare una degna dimora, nella Città Eterna, alla scienza e alla cultura ungherese come anche alla formazione degli artisti, come ricordato anche sulla lapide commemorativa situata all'ingresso dell'edificio. 
[4] Ubicato all’altezza dell’Arco dei Farnese che collega i due versanti della strada, creando un punto di riferimento emblematico della zona.
[5] Il palazzo fu ampliato nel 1576 dalla famiglia Odescalchi. Originariamente aveva otto finestre e un portone decentrato a bugne rustiche con i gigli dei Farnese nella chiave e un cornicione con i simboli degli Odescalchi sulla facciata principale. Agli Odescalchi molti furono i proprietari che si avvicendarono: Francesco Cenci, padre della sventurata Betarice, la famiglia Sforza, il cardinal Giovanni Vincenzo Gonzaga e il cardinal Montalto.
[6] Orazio Falconieri vi dimorò con la sua giovane sposa, Ottavia Sacchetti. Conosciamo bene i tratti del volto di entrambi, poiché il loro monumento funebre ornato di bassorilievi si trova in fondo a Via Giulia, nell’abside proprio della chiesa della nazione fiorentina, realizzati da Domenico Guidi su disegno di Francesco Borromini. E fu proprio la giovane coppia a incaricare il maestro Borromini di trasformare il vecchio edificio gotico, lasciando volare liberamente la sua straordinaria fantasia, decorando le sale e i corridoi con stucchi meravigliosi. Il genio non si smentì: gli esperti sostengono che qui, in palazzo Falconieri, egli abbia realizzato una delle sue opere migliori.
[7] Leros Pittoni, Francesco Borromini: l’iniziato, De Luca, 1995 
[8] Leros Pittoni, Francesco Borromini: l’iniziato, De Luca, 1995 
[9] Il riferimento storico ed agiografico è legato ai quattro soldati martirizzati ("coronati" cioè dal lauro del martirio) Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino, rei di non aver voluto giustiziare quattro o cinque scultori che si erano rifiutati di scolpire la statua di un idolo pagano, affermando così la loro fede cristiana.
[10] Il Borromini discende da una famiglia di capomastri e scalpellini che operavano in seno alle imprese edili itineranti dei Maestri comacini.
[11] Le erme (in greco antico: ἑρμαῖ) erano dei pilastrini di sezione quadrangolare, di altezza variabile tra 1 e 1,5 m, sormontati da una testa scolpita a tutto tondo 
[12] Borromini aumentò la facciata su via Giulia, aprì un nuovo portale e lo delimitò con due pilastri laterali dove collocò due enormi erme a testa di falco, relative al casato dei Falconieri e in particolare alle donne della famiglia, forse relativi anche a 2 horus egizi: ovvero il simbolo del dio Oro, figlio di Osiride e Iside, dio del Cielo e del Sole.
[13] Luigi Pruneti, Aquile e Corone, L'Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di Vittorio Emanuele III ed Elena al governo Mussolini, Le Lettere, Firenze, 2012, p. 119. 
[14] Le istituzioni che vi si trovano, l’Accademia d’Ungheria con mansione scientifica e culturale, e l’Istituto Pontificio Ungherese, devono molto alla forza attrattiva delle opere meravigliose di Borromini. Lo Stato Ungherese infatti ha una cura particolare di quest’edificio, si occupa della manutenzione, del restauro necessario, permette le visite guidate agli interessati, e cerca di contribuire anche alla maggiore conoscenza dell’opera intera di Borromini. 

Fonte: Gran Loggia Phoenix